Questa settimana, miei cari lettori, ho optato per una pausa dal lineare percorso della nostra rubrica. Quello che è accaduto in Giappone non può lasciarci indifferenti, mi riferisco alla catastrofe, sarebbe meglio dire, LE catastrofi che sono accadute nei giorni scorsi e che stanno tutt’ora accadendo.
La prima, di ordine naturale come il terremoto e lo tsunami, incontrollabile e imprevedibile. La seconda, questa volta di mano e volontà umana, ossia il rischio di esplosioni nucleari.
In questi giorni non si è sentito altro in tv, giornali, alla radio che grossi interrogativi sull’accaduto, sulla portata dei danni. Quello che manca, come di consueto, ahimè, è un tentativo reale di problematizzare filosoficamente la questione del nucleare, ponendola in una tematica di più ampio respiro che potrebbe, a mio avviso, suonare così: lo sviluppo della tecnica e il suo rapporto con l’uomo e con l’ambiente.
Argomento subito rifacendomi ad un testo di Hannah Arendt del 1958 intitolato Vita Activa-La condizione umana-. Nel prologo di questo saggio la nostra filosofa si propone di indagare il problema, da me sollevato precedentemente, partendo da un avvenimento storico avvenuto nel 1957, ossia il primo lancio di un satellite nello spazio.
Quello che a lei preme evidenziare è che il sentimento dominante delle masse non fosse di gioia né d’orgoglio, né di consapevolezza della tremenda dimensione della potenza e della sovranità umana.
La reazione immediata fu, al contrario, di sollievo per “il primo passo verso la liberazione degli uomini dalla prigione terrestre”. Tale sentimento non riecheggiava in modo strano, tutt’altro.
Era da decenni il desiderio dell’uomo: allontanarsi dalla propria condizione terrestre è il leit motiv di un’intera generazione ad esempio di film fantascientifici dell’epoca – e non solo-.
Si può parlare di ripudio dell’uomo nei confronti della Madre Terra? Sì, a tutti gli effetti.
Utilizzando le parole di Arendt: “La Terra è la vera quintessenza della condizione umana e la natura terrestre per quanto ne sappiamo, è l’unica in grado di provvedere agli esseri viventi di un habitat in cui muoversi e respirare senza sforzo e senza artificio”. La vita è estranea ad un mondo artificiale. Quello che sta accadendo è una sorta di ribellione contro l’esistenza umana normalmente intesa, contro l’ambiente, che è stato un dono gratuito.
L’uomo è arrivato ad un tale livello di potenza scientifica e tecnica da essere in grado di distruggere ogni cosa, compresa la vita stessa. L’esempio classico che ci viene in mente è la bomba atomica, emblema di crescita tecnologica senza un effettivo controllo.
Ovviamente lungi da me paragonare una fuoriuscita radioattiva al lancio volontario di una bomba atomica. Quello che vorrei evidenziare è il rapporto uomo tecnologizzato – ambiente che viene a mutare radicalmente dagli anni Sessanta ad oggi.
La questione da porre, dunque, credo non sia se limitare o non limitare l’evolversi “ naturale”della tecnica ( evidente ossimoro il mio), ma è completamente un’altra: il COME servirci delle nuove conoscenze scientifiche e tecniche.
Tale questione non può essere decisa con i mezzi della scienza. E’ una questione politica prima di tutto e filosofica. Non può essere lasciata in mano a scienziati di professione. Qual’è il rischio che Arendt profila? E’ che la conoscenza, intesa come Know, ossia competenza tecnica, si separi irreparabilmente dal pensiero. E se così accadesse “diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle macchine quanto delle nostre competenze, creature prive di pensiero alla mercè di ogni dispositivo tecnicamente possibile, per quanto micidiale”. Essendo l’attività, l’azione pura, nelle sue declinazioni plurime di lavoro, tecnicità ecc..il filo rosso che caratterizza il 900, che ruolo ha il pensiero? Quale posto deve avere una riflessione critica su questioni che riguardano il futuro del nostro pianeta?
Il disegno apocalittico descritto da Arendt è supportato anche da Martin Heidegger. Egli utilizza il termine tedesco Gestell per parlare del ruolo della tecnica nella società di oggi. Letteralmente ciò significa “scaffale”, ma Heidegger lo utilizza in senso lato, per evidenziare che un concetto per essere considerato “socialmente corretto” oggi deve avere una propria impiegabilità concreta. Sennò risulta vuoto e non utilizzabile. L’essenza della tecnica moderna risulta, dunque essere l’imposizione che spinge l’uomo a provocare la natura fino a renderla completamente sottomessa ai suoi fini, dunque impiegabile in ogni momento e per ogni motivo. Unica via percorribile per l’uomo è la consapevolezza che ad ogni sua azione tecnica, contro la natura ad esempio, si avrà una reazione ugualmente temibile da parte della natura, stessa prima o poi.
Responsabilità è la sola chiave per custodire la salvezza.
Il film che vi consiglio questa settimana è Il dottor Stranamore di Stanley Kubrick.