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L’alba del pensiero. Puntata 24, Kant. Il cielo stellato su di me, la legge morale in me

Scritto da Alba Fecchio il 18.03.2011

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e naturaEccoci arrivati all’ultima tappa del viaggio con il nostro compagno di viaggio Immanuel.

Ci manca un’opera in particolare da analizzare, per comprendere le sue concezioni estetiche-vale a dire le sue idee riguardo al bello- dopodiché dovremmo soffermarci un attimo sulla sua visione della storia.

Procediamo con ordine però. L’opera che fin ora non abbiamo ancora trattato è la cosiddetta terza critica, vale a dire, la Critica del Giudizio.

Qui Kant, dopo aver analizzato nelle precedenti opere il ruolo, dell’intelletto e della volontà, dedica l’ultima parte della sua riflessione al sentimento.

Esso è la terza facoltà della ragione e si rivolge agli stessi oggetti delle altre due facoltà, ma non li considera in un modo prettamente conoscitivo bensì in modo contemplativo o riflessivo. Così facendo, il sentimento proietta sulla natura le sue medesime esigenze di libertà e finalità.

I giudizi si dividono in giudizi estetici e giudizi teleologici.

I primi, i giudizi estetici ,sono immediati, diretti e nascono dalla relazione della nostra mente con un oggetto, quando ne riconosciamo la bellezza e ne restiamo stupefatti.

Kant eleva questo sentimento del bello, ritenendolo non solo un atto puramente contemplativo, ma anche in qualche modo morale.

Mi spiego meglio: se io- essere umano- rimango stupefatto dalla bellezza di un tramonto, allora tale sentimento mi fa scorgere, dietro la bellezza stessa, anche un qualcosa di superiore, il bene, la mano “creatrice” che vi è dietro.

I giudizi teleologici invece non sono veicolati da un ragionamento: scopro cioè razionalmente il fine di quell’oggetto. Ad esempio se vedo una radice di un albero, mi parrà evidente che essa è stata creata per alimentare la pianta e tenerla ben ancorata al suolo. Avvertiamo, utilizzando un linguaggio filosofico, una consonanza fra la natura e le finalità etiche che noi esseri umani riconosciamo come tali.

Soffermiamoci solo sui giudizi estetici. Le caratteristiche del Bello per Kant sono quattro e ben evidenti:

il disinteresse. Un oggetto per essere considerato bello non deve avere altri fini, né utilitaristici né morali. Il sentimento cioè che noi proviamo deve essere mosso soltanto dalla visione istantanea del bello.

l’universalità. Il bello deve essere riconosciuto da tutti come tale, senza ragionamenti o concetti.

finalità senza scopo. L’oggetto è bello senza alcuna finalità diversa dall’essere bello alla vista.

la necessità. Deve essere necessariamente riconosciuto da tutti come bello. Non esistono “principi razionali del gusto”. Non si possono scrivere manuali sul bello. Esso esiste e basta ed è universalmente riconosciuto come tale.

Come giustificare questa pretesa universale del Bello? Kant la motiva con l’accordo tra l’immaginazione (puramente irrazionale) e l’intelletto. Tale armonia è presente in tutti gli uomini, ne consegue logicamente che il gusto debba essere universalmente condiviso.

La seconda parte della critica, analizzerà il concetto di Sublime, su cui non mi voglio soffermare troppo. E’ per Kant qualcosa che mette in relazione l’animo con qualcosa di più alto, vicino alla stasi contemplativa.

Non ci rimane che analizzare, in ultimo, il rapporto fra Kant e la Storia. Possiamo considerare Kant un illuminista convinto?

Spiritualmente è ovvio che lo sia, ma le concezioni della storia non sembrano propriamente progressiste come avrebbero voluto Voltaire o Diderot..

Kant dubita che l’uomo sia in costante cammino verso il meglio. Ciò non significa che Kant sia un millenarista o ancor peggio abbia una visione apocalittica della storia stessa, come hanno sostenuto alcuni critici.

Kant sostiene soltanto, a mio modesto parere, che la storia venga creata giorno per giorno dagli uomini, i quali, essendo tali, possono sbagliare e complicare la via che conduce verso il bene. Essa non è predefinita, né tracciata. Sono gli uomini, siamo noi, che abbiamo il compito di tracciarla.

Prima di uscire a fare la sua consueta passeggiata anche oggi, Immanuel vuole darci un ultimo consiglio, che è anche l’iscrizione che potete vedere sulla sua lapide tutt’oggi:

“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse:il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me. Queste due cose io non ho bisogno di cercarle e semplicemente supporle come se fossero avvolte nell’oscurità, o fossero nel trascendente fuori del mio orizzonte; io le vedo davanti a me e le connetto immediatamente con la coscienza della mia esistenza.”.

Infinitezza e bellezza della natura da contemplare e la legge morale che ci guida, a cui noi dobbiamo obbedire per essere felici. Questa è, senza troppi giochi filosofici, la via tracciata da Kant.

Il film che vi consiglio questa settimana è il cacciatore di aquiloni di Marc Forster, tratto dall’omonimo libro di Khaled Hosseini. Un bel esempio di come sia, alla fine, la legger morale, a dirci cosa sia giusto fare.

A venerdì!

 

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