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L’alba del pensiero. Puntata 23, Kant. A volte ritornano

Scritto da Alba Fecchio il 11.03.2011

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura

Ritroviamo il nostro Immanuel al solito posto, alla solita ora. Seguiamolo deve ancora raccontarci alcune cose.

L’avevamo lasciato alla sua opera maggiore, dove il nostro autore analizza i meccanismi del conoscere e dell’interagire dell’uomo con il mondo. Avevamo evidenziato il ruolo dello spazio-tempo e delle altre 4 categorie. Bene, ora c’è una cosa da aggiungere di fondamentale importanza: l’uomo, grazie alla sue percezioni, causate quindi dalle facoltà che gli sono proprie, non riuscirà mai a conoscere un oggetto in sé, ma solo come esso gli appare. Mi spiego meglio: Kant divide nettamente l’oggetto in sé, ontologicamente a se stante e l’oggetto che appare all’uomo. Non sono due cose drasticamente diverse, attenzione, ma il nostro modo di conoscere quell’oggetto x è solo più limitato e lacunoso. In termini tecnici si parla di Noumeno, per la parte profonda e nascosta di una mela ad esempio, e di fenomeno, per la mela che giunge alla nostra percezione: rossa, succosa e sferica. E’ un po’ come se Kant ci stesse dicendo: “Scordatevi di cogliere la cosa in sé, potrete cogliere solo quella mela, mai la “melità”. Antico riecheggio platonico, non trovate?

Detto questo, dobbiamo parlare delle altre due opere capolavoro del nostro tedesco preferito. Oggi tratteremo la Critica della ragion pratica.

Essa è un testo in cui Kant elabora una morale intesa come “lo studio del retto agire umano” che non può prescindere dalle regole dettate dalla ragione. Deve essere elaborata dunque un’etica che serva direttamente agli uomini, pratica e non solo teorica.

Kant introduce il concetto di imperativo categorico: un imperativo del tutto incondizionato che non propone dei “se”, ma esige semplicemente che si compia il proprio dovere, senza fini esterni solo il dovere per il dovere.

Tale imperativo non è l’unico esistente. Esiste infatti anche l’imperativo ipotetico che si presenta sempre nella forma “ Se vuoi a, fai b”. Questi sono imperativi secondo Kant meramente utilitaristici che non consentono un reale giudizio morale. La presenza dell’imperativo categorico invece, ci induce a pensare che esso sia un fatto di ragione, noi uomini cioè ce ne ritroviamo forniti di fatto, come dimostrano i nostri giudizi morali. L’applicazione dei principi sottostà ancora, però, ai principi che abbiamo visto la settimana scorsa, ossia allo Spazio-tempo ma è come se Kant dicesse che non è del tutto vincolato da essi.

L’uomo in tal senso diventa un essere ibrido: è noumeno e fenomeno. L’uomo è fenomeno in quanto dotato di sensi, appartenente al mondo naturale e sottoposto alle leggi di ragione e dell’intelletto, ma fa parte,al contempo, del noumeno in quanto appartenente al mondo in sé, indipendente dalle nostre sensazioni e percezioni. L’imperativo categorico fa supporre questo: un demone- quasi alla maniera descritta da Socrate- regolatore, che rende l’uomo libero. Libero cioè di seguire la legge morale di cui è dotato naturalmente dentro di sé.

Resta aperta una questione: come la mettiamo con la metafisica?

La metafisica, per sua stessa ontologia, intende stabilire non le leggi dei fenomeni, ma che cosa siano e come agiscano i noumeni.

I problemi della metafisica sono sintetizzati da Kant in tre questioni fondamentali: l’anima– esiste un anima? E’ immortale?-, il mondo-nella sua totalità il mondo è finito o infinito? libero o necessario?- e Dio– esiste un Dio? Possiamo dimostrarlo? Come possiamo pensarlo?-.

Anima, Mondo e Dio per Kant sono idee della ragione ed esprimono l’esigenza umana di unificare e regolare “finalisticamente” tutti i fenomeni della nostra esperienza. Non ci può essere reale esperienza di queste cose, alcuna intuizione.

Prendiamo l’anima ad esempio: di essa noi non abbiamo alcuna esperienza, possiamo osservare il nostro io penso che è impiegato tutti i giorni a unificare i fenomeni che ci arrivano dall’esperienza. Ma l’io penso, indipendente dai suoi meccanismi di pensiero, sapremmo definirlo? La risposta è no.

Lo stesso vale per il mondo: nella sua totalità esso non potrà mai essere percepito, entrare cioè nella nostra esperienza che è sempre guidata e vincolata dallo Spazio-tempo.

Arriviamo a Dio: esso non può essere dimostrato. L’esistenza non è un predicato logico dimostrabile. L’esistenza infatti si mostra, non si dimostra.

Per Kant questo ragionamento però non va a “cozzare” contro la Fede. La Fede in quanto tale è un salto della ragione che un uomo può compiere o non compiere. Credere in Dio è una sorta di scommessa, non possiamo conoscere nulla di lui, ma credere nel Bene, che Dio rappresenta, non potrà che condurre l’uomo sulla retta via. Non vi è nulla da perdere secondo Kant, basta essere coscienti che esso non è dimostrabile in nessun modo per l’uomo. La metafisica appare dunque come una scienza impossibile che sorge da una tentazione del pensiero, cioè il bisogno di conoscere il noumeno, ossia la realtà profonda e inesplorabile delle cose.

Il nostro tedesco è in ritardo adesso, e deve scappare sulle sue sudate carte…manca ancora una piccola ma fondamentale parte del suo pensiero che ci spiegherà la settimana prossima.

Lo so lo so, capire Immanuel è un’impresa un po’ ostica e difficile, spero di essere riuscita a rendervelo il più semplice possibile, senza tradirlo troppo. Venerdì parleremo della Critica del giudizio e trarremo le conclusioni.Vi chiedo un po’ di pazienza!

 

Il film che vi consiglio oggi è il Cielo sopra Berlino di Wim Wenders. Giusto per restare in ambito tedesco..

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