
Buon Venerdì!
Dopo la breve, seppur necessaria, parentesi su Hannah Arendt, torniamo a noi. Oggi dedicheremo l’intera puntata al più famoso filosofo scozzese del 1700: David Hume.
Egli si trova a cavallo tra due periodi, vale a dire l’atmosfera del Seicento descritta fino ad ora e i sentori d’inizio di una nuova epoca: l’Illuminismo.
Il progetto humeano si delinea fin dai primi studi adolescenziali. Il suo interesse è l’uomo e la sua natura. Il Trattato sulla natura umana è considerato infatti dagli studiosi “la naturale conclusione dell’empirismo classico”.
In generale si può dire che per Hume tutte le scienze devono rinviare all’uomo, ai suoi sentimenti ai suoi istinti, alle sue facoltà e alle sue capacità conoscitive.
La scoperta giovanile del nostro autore, che segnerà inevitabilmente tutte le riflessioni successive è questa: ogni cosa esistente ( e ovviamente anche ogni suo valore ) dipende dalle esperienze che ogni singolo soggetto compie. Mi spiego meglio: Hume sostiene la necessità di ricondurre ogni conoscenza alla sua correlativa percezione di base. Le percezioni si dividono in due specie:
le impressioni e le idee.
Le impressioni sono le più forti e sono quelle percezioni che colpiscono per la prima volta il nostro spirito, le idee invece sono la copia illanguidita di esse. Le idee cioè sono il ricordo delle impressioni stesse, divenute fossilizzate.
Non si tratta di differenza di contenuto, esse differiscono solo per forza e vivacità. Logicamente, le impressioni, che sono le prime a colpire i nostri sensi, saranno più forti e più vivide.
Le idee che si raccolgono nella nostra mente costituiscono una sorta di deposito delle nostre esperienze. L’uomo, secondo Hume poi, tende ad associare idee pregresse a impressioni nuove seguendo tre principi regolatori: la somiglianza, la contiguità e la causalità.
Analizziamone una alla volta.
Somiglianza: Hume vuole dire che l’uomo tende ad associare le percezioni simili, anche lontane nel tempo. Esempio: avendo immagazzinato l’immagine di un uomo, agendo per somiglianza, chiamerò “uomo” tutte le cose simili, ossia tutti gli uomini percepibili e percepiti.
Contiguità: significa che secondo Hume tendiamo ad associare tutte quelle esperienze che si presentano vicine costantemente nello spazio e nel tempo. Esempio: vedo il collare che è sempre attaccato ad un cane, assocerò l’idea che il cane lo porta abitualmente. Laddove vedrò un cane mi aspetterò anche di vedere un collare.
Causalità: associamo idee ed impressioni tramite un procedimento di causa effetto. Esempio: se vediamo il folgore ci aspettiamo di sentire il tuono.
In base a queste nostre associazioni, si formano in noi delle abitudini che dirigono di fatto ogni nostra azione. Le abitudini in questo senso divengono credenze. E’ una vera e propria inclinazione pratica, secondo Hume, una sorta di fede cieca e irrazionale, ciò in base al ripetersi dell’esperienza che incide profondamente su di noi. Fuggiremo sempre il fuoco nella convinzione che esso ci brucerà.
Il nostro autore non mette in dubbio il valore pratico di queste associazioni, soprattutto soffermandosi sulla causalità, ma dichiara che questo valore è logicamente nullo: l’esperienza non è affatto in grado di garantirci che le relazioni tra i fatti della natura siano sempre uniformi e lo rimangano in eterno. L’esperienza può dirci solo che una certa relazione si è dimostrata costante, di più non può sostenere.
Quello che Hume prefigura è un circolo vizioso: ci basiamo sull’esperienza per affidarci all’uniformità della natura, ma dovremmo già sapere – per altre vie esperibili-che la natura è uniforme per poterci fidare dell’esperienza.
Ne discende logicamente che parlare di Leggi della natura è utopico per il nostro autore. Esse sono al massimo “ generalizzazioni altamente probabili, ma non certe in assoluto”.
Le conclusioni sono ovviamente scettiche: noi, al di là dei nostri fenomeni psichici e delle loro associazioni, non abbiamo altre conoscenze concrete. L’uomo deve smetterla di pretendere il raggiungimento di un sapere assoluto e soprattutto abbandonare la pretesa di possedere verità indiscutibili: queste verità sono soltanto pregiudizi.
Cade così l’illusione che la religione sia ragionevole. Essa è la conseguenza naturale del timore degli uomini della morte, della malattia..”se riconduciamo le nostre idee alle impressioni reali che motivano la spinta religiosa, ritroviamo gli originari sentimenti di paura e di speranza che sono tutto ciò che noi possiamo conoscere e asserire con sicurezza”.
Questa polemica scettica fu uno degli avvi del lungo processo illuministico.
Quello che a noi importa sottolineare è il cambio di paradigma rispetto al passato che rappresenta Hume. La domanda che resta aperta dopo aver letto questo autore è: se avesse ragione lui? Se tutto è spiegabile con una mera associazione mentale, il nostro concetto di bene e di male, ad esempio, sono assolutamente relativi ai nostri singoli trascorsi?
Vi lascio a questi interrogativi fondamentali, e vi auguro una buona settimana…
Il film che vi consiglio oggi è La donna che canta, di Denis Villeneuve.
Una pellicola canadese, affascinante e dall’ottima regia, in linea con gli interrogativi nascosti di questa puntata.