“Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”.
Dopo aver cercato, la scorsa settimana, di dare un inquadramento generale sul che cosa sia la Scuola di Francoforte e di cosa si occupi, è giunto il momento di andare più nello specifico, nel profondo delle tematiche care ai nostri autori tedeschi.
Per fare questo, ho pensato di iniziare a parlare di Theodor W. Adorno. Non parleremo, oggi, del suo “sistema” filosofico o della sua vita, ma di una serie precisa di studi che il nostro filosofo compie nella prima parte della sua vita, che riguardano il tema noto alla storia come “la personalità autoritaria”.
Il perché appare chiaro. Siamo vicini alla Giornata della memoria, e ho pensato che fosse una buona idea presentare quest’anno, sinteticamente, quegli studi che filosofi e sociologi già compivano quando i movimenti totalitari si stavano affermando, o si erano appena affermati.
E’ un buon esercizio, a mio avviso, cercare di ricostruire quello che i contemporanei più lucidi di quel periodo, vedevano, comprendevano, ricostruivano.
Adorno vive sulla propria pelle l’esperienza del Nazismo. In un primo periodo prova a restare in Germania, ma poco dopo, si trova costretto a trasferirsi oltre oceano.
Bene, qui iniziano gli studi che oggi a noi interesseranno. La cosa paradossale è che Adorno riscontra, una volta giunto in America, che queste stesse caratteristiche presenti nei totalitarismi europei, in qualche modo si trovano, seppur in modo ancora fetale, anche qui, in terra statunitense.
Ma procediamo con ordine.
L’opera di cui voglio parlarvi è un testo che possiamo definire multidisciplinare. Riguarda i meccanismi psicologici e sociali che caratterizzano la discriminazione razziale e sociale, con un’attenzione particolare, per ovvie ragioni, all’antisemitismo.
L’ipotesi cui Adorno, e colleghi studiosi, giungono a proporre è che l’antisemitismo in sé sarebbe l’espressione di un’ideologia etnocentrica e legata alla costituzione caratteriale di un nuovo individuo, appunto la personalità autoritaria.
Adorno è convinto che questa nuova personalità abbia preso ormai il posto alla più tradizionale personalità individualistica e democratica. Il punto sta nel cercare di capire il perché ciò è avvenuto.
La ricerca fu precisa e dettagliata. Il campione fu quello di 2099 soggetti americani, tutti appartenenti ad una classe media, più alcune eccezioni rappresentate da un piccolo gruppo di detenuti e soggetti con lievi psicopatie.
Bene, questi soggetti furono sottoposti ad un questionario per comprendere la loro visione del mondo, le loro fantasie, le loro idee organizzative e politiche.
Si costituirono delle scale di valori per analizzare i dati raccolti: una per valutare il livello di antisemitismo, una per l’etnocentrismo, gli ideali politici ( più o meno conservatori) e infine una scala per valutare le tendenze anti-democratiche.
Quello che emerse è che l’Antisemitismo veniva percepito dai soggetti analizzati quasi come un’ideologia, la cui caratteristica principale era la steriotipia. L’ebreo non era visto come un individuo singolo, ma come un’immagine generalizzata, portatore di una serie di vizi dovuti al suo stesso “essere ebreo”. In primis l’ebreo era sentito come una minaccia. Una minaccia per il “ nostro paese”. Le parole sono importanti. Sentire minacciato “il nostro paese” significa che si suppone che l’ebreo sia per forza di cose un violatore dei valori. L’ebreo quindi sarebbe uno “snob”, egoista e non integrato nella società. Questo però cozza razionalmente con un secondo atteggiamento: l’ebreo che, mettiamo caso, si cerchi di integrare nella società in cui vive, è ugualmente tacciato di falsità, di imitazione verso un popolo che non è il suo.
Ecco la contraddizione razziale: il diverso- in questo ambito l’ebreo- diventa la personificazione di una minaccia, del tutto immaginaria. L’unica utilità è quella di tenere compatto uno specifico gruppo sociale, presentando come imminente una minaccia esterna e rafforzando l’idea di un “noi positivo” e un “loro negativo”.
Tutti i fascismi, essendo movimenti di massa, utilizzavano questo metodo per avere il pieno controllo della popolazione. C’è una minaccia imminente, è necessario perciò uno stato d’allerta costante e misure immediate, con un solo capo carismatico tutto è più organizzato e rigido. Voilà, spiegato- seppur in modo semplificato- l’adesione così massiccia a dei movimenti totalitari.
Adorno non si limita a quest’analisi della società, aggiunge anche che è possibile in qualche modo limitare l’emergere di queste personalità autoritarie e facilmente manipolabili tramite un mezzo: l’educazione.
L’educazione infantile soprattutto, rappresenterebbe il modo più efficace per sperare in una generazione futura più democratica e aperta al dialogo con l’altro.
L’altro in tal senso rappresenterebbe una risorsa, non un nemico da combattere.
La domanda con cui chiudo e su cui vorrei farvi riflettere è questa: la lezione di Adorno è stata capita? L’altro, il diverso è considerata una risorsa, oggi?
Io, sinceramente, resto dubbiosa e preoccupata.
E’ cambiato tutto oggi, direte voi, sì, ma se in realtà non fosse cambiato nulla?
Il film che vi consiglio questa settimana è La nostra vita, di Daniele Lucchetti.
Condivido dubbi e preoccupazioni ma, è necessario inserire le riflessioni nel loro contesto storico.
-Tasso di scolarizzazione nel 1930 rispetto ad oggi.
-Tipo di economia.
-Mobilità individuale della popolazione.
-Tipo e diffusione dell’informazione.
E molto altro…La fregatura arriverà sotto altre forme molto più ‘mimetiche e pervasive’..sono in atto..
Sono in atto anche altre forme di ‘resistenza’.
Consigli di lettura: Vite di scarto (Baumann).