Fin dalla notte dei tempi la Valsesia è “assediata” dal mare a scacchi! Una terra di montagne imponenti diviene, in certi periodi dell’anno, una penisola in mezzo alle risaie del vercellese e del novarese.
Si narra che, in un tempo non troppo lontano, la Strega dei Diserbanti avesse lanciato un tremendo malefizio – con la z, che è più cattivo!-. Aveva inaridito e reso improduttivo ogni palmo delle risaie, ogni piccola pozza, ogni quadretto del mare a scacchi.
La vita nelle ex-risaie languiva, la terra e i suoi abitanti si erano a tal punto impoveriti da emigrare là, dove la strage dei diserbanti non era arrivata. Chi restava si nutriva di radici, strane radici fosforescenti, ma pur sempre commestibili e utili nelle nere notti dei senzelettricità.
Infatti chi mai poteva pagare la bolletta?
Una mattina sul far dell’alba. uno dei pochi giovani rimasti nella piana, infestata dalla strega e dai suoi perfidi servitori, pesticidi d’ogni risma, decise di procurare cibo fresco a sé e all’anziana madre, paralizzata, diabetica, cianotica, iperpossessiva ecc. (ma una qualità ce l’aveva ‘sta povera donna?).
Non ne poteva più di radici fluorescenti e di cibi inscatolati: rape della Groenlandia e fagioli del Caucaso. Si recò dunque con l’attrezzatura del perfetto pescatore a pescare rane.

La notte le sentiva gracidare, o meglio un tempo gracidavano, ora facevano un verso curioso che ricordava il rombo d’un aereo in fase di decollo. Eh già la Strega dei diserbanti non risparmiava nessuno, anzi aveva in animo di dotare le rane di eliche, come quelle degli elicotteri, ma ancora non aveva avuto il tempo materiale per questa crudele esercitazione di cacchigenetica (da non confondersi con la eugenetica, che è bella e buona).
Essere strega voleva dire lavorare 27 ore al giorno, anche per chi come lei aveva superpoteri era dura. Fortunati gli stregoni, quelli lavoravano otto ore e poi a casa a leggere i libri di Nostradamus.
Il giovane, che si chiamava Renzo R., taceremo il cognome piuttosto diffuso in tali contrade, era intento alla pesca. Aveva tra le dita un’esca preparata dalle dolci mani materne, così provvide, pronte alle carezze… e a scuoiare e rivoltare un ranocchio! Eh, già tra le dita riluttanti il giovane Renzo teneva un ranocchio double face, il cui odore avrebbe attirato l’improvvida rana.
Di tanto in tanto, però, chimere, sogni e immagini curiose gli passavano per la testa: erano frutto d’un animo particolarmente immaginativo o piuttosto venivano dagli influssi magico-alchemici dei seguaci della Strega dei diserbanti? Chissà! In realtà che ci importa? La storia va avanti lo stesso.
Il giovane Renzo si specchiava nelle acque delle risaie disadorne, un’acqua ferrosa, quasi solida, eppure, nonostante tutto, qualcuno vi sopravviveva.
Renzo percepì uno strattone, degno invero non d’una timida rana, ma proprio di un jet in decollo, effetto della Strega senza dubbio. Puntellò i piedi, bilanciò il corpo, ma l’inedia stava per stenderlo a faccia in giù nella vitrea pozza ribollente. Fortunatamente l’essere attaccato al ranocchio presto smise di opporsi al suo destino. Forse l’idea di finire nell’olio bollente di una padella risultava meno angosciante di una vita tra i diserbanti.
Renzo guardò trionfante l’enorme rana che aveva ingollato quasi tutto il ranocchio. “E’ grossa come un cappone” pensava compiaciuto e con l’acquolina in bocca.
Quando udì la voce, Renzo pensò di essere preda di allucinazioni da fame o da diserbante. Eppure la voce, acuta, forte, gracidante era reale e,… oh stupore, usciva dalla rana cappone. “Sscusa, lassciami andare, sschifosso, masscalzone. Che sschifezza mi sson cacciata in bocca? Lo ssai?”
“Come?” disse Renzo.
E la rana-polluta ribatté: “Sse vuoi capire toglimi questa cossa di bocca! Idiota”
Non era una rana che sapesse suscitare simpatia, ma possiamo capirla, il viscido ranocchio le stava slogando la bocca: una bocca larga da rana, va bene, ma a tutto c’è un limite.
Infine si calmò anche la rana e quasi in modo comprensibile disse: “Lasciami libera e, vedrai, ti stupirò!”
Renzo, che era un buono e non era un cuor di leone, temendo si trattasse di una incarnazione della strega, liberò la rana che… oh stupore (di nuovo!), non appena fu libera PUF prese sembianze umane e che sembianze! Renzo guardò la fanciulla, ex-rana, notando che era davvero bella e ben pasciuta: di sicuro aveva appena mangiato.
La fanciulla si sistemò i capelli, liberandoli da foglie marciscenti, prese un fazzoletto per sputare i resti di ranocchio che le impestavano la bocca e guardò Renzo con severità. “Sono una guardia zoofila anti pesca abusiva: lei è in arresto!”.
Renzo si fece due conti: in carcere avrebbe mangiato almeno tre volte al dì. Eppure il pensiero della mamma iperglicemica, ipermalata, iperanziana, ipermamma, lo convinse che era più giusta la latitanza.
Ma non aveva fatto i conti con l’ipoglicemia che lo coglieva ormai tutte le mattine poiché non faceva colazione. Gli vennero tali capogiri che finì per appoggiarsi pesantemente alla fanciulla; nel sostenerlo, l’inflessibile tutrice dell’ordine, provò un moto di compassione: quell’uomo era uno scheletro ambulante!
Renzo percepì il tremore della fanciulla, il dubbio sotto la severa divisa, la guardò con intensità e le disse: “Ti ho salvata dall’incantesimo della Strega dei diserbanti, da rana sei tornata umana. E poi è la prima volta che rivolto un ranocchio come un calzino. Inoltre ho fame. Infine non sopporto più la mia mamma. Lasciami andare ti prego e, vedrai, ti stupirò!”
La donna che, è ora di dirlo, si chiamava Rosa F., anche qui taceremo il troppo diffuso cognome, si addolcì ulteriormente, il sapore disgustoso di rana imputridita era scomparso; nonostante fosse fradicia, non le dispiaceva essere tornata donna, la vita della rana non le si addiceva e, in effetti, senza Renzo sarebbe stata ancora a gracidare come un aereo in fase di decollo.
Rosa abbassò gli occhi, si strizzò la gonna d’ordinanza, si tolse l’acqua vitrea dalle scarpe e, infine, si volse a Renzo. “Embé? Che devo fare perché tu te ne vada? Spararti? Non vedi che mi sto distraendo apposta per farti fuggire?”
Renzo capì al volo, quasi al volo, e iniziò a correre via, cioè a camminare veloce, cioè il più veloce possibile per il suo corpo indebolito.
Renzo salutò con la manina, una pensierosa Rosa, che si chiedeva dove mai fosse finito lo “stupore” promesso dal pescatore di frodo.
Tutto pareva alla fanciulla antifrode desolato, era tutto come quando era rana. Si ricordava bene del momento il cui la Strega dei diserbanti aveva lanciato i suoi malefizi (sempre con la -z-). Lei per caso era lì a specchiarsi nel quadretto di mare della risaia e si era vista inverdire, ispessire, impicciolire in diretta. “Cra!” Aveva detto indignata, “Cra, cra, cra”, ma era rimasta rana.
Tutto nelle risaie era mutato a causa degli incantesimi. Le piante di riso si erano seccate di botto, al loro posto rigogliosa gramigna si crogiolava come un artritico alle cure termali. L’odore era divenuto insopportabile, i risicoltori disperati cercavano di rianimare quelle piantine di riso che promettevano un grano o due.
Il disastro era grande, mancavano la peste, le cavallette, lo tzunami e si sarebbe potuto parlare di disastro ambientale o di Apocalisse che dir si voglia.
Rosa era disseccata dentro come le risaie, aveva bisogno di verde, di alberi, di aria pulita.
Così chiese il trasferimento e finì in Alto Adige, confine con l’Austria. Bel posto aria limpida, grandi alberi, strudel e austrungarici in quantità.
Lì c’era ancora la corrente elettrica!
Una mattina di primavera inoltrata, Rosa, sola soletta stava perlustrando una zona solitamente tranquilla del gran bosco.
BRRROOOOOOUUUUUMMMM
Udì improvvisamente. Pareva un tuono, pure il cielo era terso, tutto era idillico. Di nuovo ecco: BRRROOOOOOUUUUUMMMM!
“Rosa”, verrebbe da dirle, “sei cappuccetto rosso o una forza dell’ordine? Insomma girati”. Si girò Rosa, infatti, e a circa mezzo metro da sé vide un enorme orso, appoggiato come un dandy qualsiasi a un albero, l’elegantone plantigrado la fissava.
Un orso dandy? La cosa stupì anche Rosa. Ma lo stupore si fece più grande quando l’orso iniziò a parlare. E Rosa, che pure era stata rana, stranamente trovò bizzarro che l’orso parlasse.
Lo riconobbe: era l’ex pescatore abusivo, la voce era la stessa e, a pensarci bene, l’uomo già allora presentava una villosità sospetta.
“Son contenta di vederti” disse Rosa con voce triste, cupa, tipica di una donna contenta di vedere un orso dandy. “Forse anche qui si fanno orridi incantesimi? Chi, chi ti ha ridotto in questo stato?”.
“Calmina, calmina! Disse l’orso, allungando l’enorme zampa verso Rosa. “Possibile che voi umani siate così egocentrici? Anche quando siete donne finite per essere antropocentrici. Io sono tornato quel che ho sempre voluto essere. Io sono un orso, il malefizio fu di trasformarmi in essere umano, affamato per giunta e malavitoso. Insomma un orso onesto non dovrebbe diventare un uomo fraudolento. Per fortuna, dopo che tu mi lasciasti, tornai alle mie terre e qui fui liberato dall’incantesimo. Ma l’operazione è stata difettosa, come vedi, anzi, come senti, parlo ancora la vostra lingua e ho atteggiamenti un po’ ridicoli per un orso rispettabile. Questo mi allontana dai fratelli orsi, anche se mi sforzo di parlare la loro lingua, ogni tanto però non disdegno di rinfrescare la mia conoscenza dell’idioma umano. Non si sa mai che possa servire per il curriculum!”.
Rosa era rimasta veramente basita, il mondo andava all’incontrario. Ma…. davvero, il sole stava tramontando a Oriente!
No, era lei che non ricordava mai dove fossero oriente e occidente, anche destra e sinistra in effetti.
Però da quando in qua un orso preferiva essere orso piuttosto che uomo?
L’orso era comunque un conversatore molto più brillante dell’ex pescatore di frodo. Si salutarono con una certa enfasi, si sarebbero anche abbracciati, ma l’orso non si fidava di Rosa, dopo tutto era una guardia zoofila…
Rosa tornò alla caserma in preda alla confusione e a un oscuro presentimento. Accese la televisione per sentire le ultime notizie sul clima: piovoso nonostante fosse primavera inoltrata. Sulla politica qualcuno cercava di formare un qualche governo chissà dove. Sull’economia: nessuno riusciva ad arrivare alla fine del mese. Beh quasi nessuno. Su ambiente e miracoli. Argomento invero piuttosto inusitato. Ma di ambiente e miracoli davvero si trattava. Il Vercellese e il Novarese erano infatti tornati a rifiorire, il riso brillava sotto un sole limpido e si agitava alla brezza pulita tersa, per gli abitanti ormai quasi irrespirabile. Qualcuno in effetti ebbe intossicazioni da ossigeno.
Come era potuto accadere?
Rosa si ricordò del saluto dell’orso: “Non ci rivedremo più, ma sii serena, il mio regalo d’addio non lo scorderai mai.”
Cioè?
Subito dopo un’altra notizia iniziò a scorrere sul teleschermo. Telegiornale regionale: “Ritrovata pelle dell’orso G7. Chi può averlo ucciso?”.
Rosa, presa da troppe emozioni, chiese qualche giorno di permesso e tornò alla sua terra, voleva vedere coi suoi occhi il miracolo e voleva dimenticarsi dell’ex pescatore di frodo, ora ex orso giacché si era sacrificato per lei.
Arrivata nei pressi delle risaie, vide che effettivamente tutto era rinato, persino il riso nero, il riso Venere, prezioso, di difficile coltivazione, il riso esotico. Che acquolina in bocca le venne.
Si girò e quasi dal nulla, almeno così le parve, sbucò un’osteria tipica, dal nome curioso “All’orso bracconiere”. Interessante, Rosa entrò e ordinò un bel piatto di riso nero accompagnato da un vino prezioso.
Il piatto arrivò: era di un sapore paradisiaco ed era nero, lucente, seduttivo. Rosa, vide che era sola in quell’osteria, strano era tutto così squisito! Voleva fare i complimenti al cuoco, lo desiderò così tanto che il cuoco comparve vicino a lei. Era invero un po’ irsuto, ma piacevole, insomma un bell’uomo grande e grosso. BROOOOOUUUMMMM le disse.
Rosa d’un tratto capì. Era l’ex pescatore di frodo, l’ex orso che era tornato da lei. Lui le mostrò un cartello.
“Ti amo, ho scelto di essere uomo per te. Miracolo del riso Venere, la dea dell’amore. Purtroppo l’incantesimo non è del tutto riuscito. Ho dimenticato la lingua umana!”
“Te la insegnerò io” disse Rosa “portami un altro piatto di riso”.