
La scoperta è stata fatta da due biologi della University of Arizona che hanno individuato tre differenti specie di Drosofile in tre luoghi diversi del mondo, accomunate da un salto evolutivo tanto raro quanto rapido.
Per 80 milioni di anni, infatti, tutte le specie di Drosofila si sono nutrite di microbi presenti nelle muffe di frutti, foglie e carni putrefatte, nelle quali poi depongono le uova. Le tre specie individuate rispettivamente in Nord America, Hawaii e a Papua Nuova Guinea si nutrono invece direttamente di piante, scegliendo peraltro quelle evitate da altri insetti per la loro forte tossicità.
In Nord America i biologi hanno scoperto una specie di Drosofila che si è evoluta dallo stadio di non erbivoro a quello erbivoro e che si nutre di piante di senape, evitate dagli altri insetti. Questo desta preoccupazione in quanto nella stessa area viene coltivata la colza come biocarburante e si teme che la dieta di questa novella mosca vegetariana aggiunga la colza alla sua dieta, con conseguenze disastrose per il raccolto.
Come si sia adattata all’assunzione di tossine vegetali e come sia avvenuta questa trasformazione evolutiva rimane un mistero.
Ma lo studio dei biologi Noah Whiteman e Richard Lapoint, che si è guadagnato la copertina del Genome Biology Evolution ,sottolinea differenze morfologiche fra le mosche non erbivore e quelle divenute erbivore.
“È come se una tigre si sia evoluta in una mucca” dice Lapoint. E le differenze infatti, per quanto possano sfuggire al primo sguardo, rivelano un adattamento genetico delle mosche erbivore: il loro organo ovodepositore ha una forma a sega, per creare un foro nelle foglie ove deporre le uova.
Per milioni di anni le Drosofile si sono limitate a deporre le uova su qualsiasi materiale organico putrefatto o attaccato da microorganismi, dei quali si nutre. Le tre specie individuate in Nord America, Hawaii e Nuova Guinea hanno invece adottato la strategia del foro nelle foglie, con conseguente evoluzione del loro organo ovodepositore.
I due biologi americani ipotizzano che nonostante le tre specie, isolate geograficamente, si siano evolute in maniera indipendente l’una dall’altra, alla base deve esserci un fenotipo comune, un po’ come è avvenuto nello sviluppo delle ali dei pipistrelli e degli uccelli. Secondo Lapoint e Whiteman, l’individuazione di questo gene comune potrebbe essere la chiave per capire come gli insetti evolvano da non erbivori a erbivori.
Inoltre l’approfondimento dello studio di queste specie di mosche erbivore, che prediligono piante tossiche, può suggerire nuove strade nell’individuazione di geni in grado di annullare la tossicità delle piante, con conseguenti vantaggi per la ricerca farmaceutica.
Che siano il prodotto di un’evoluzione casuale o rispondano ad una strategia genetica, le tre specie di mosche divenute erbivore suggeriscono nuove prospettive di ricerca.