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Centinaia di antichi terrapieni misteriosi rinvenuti in Amazzonia

Scritto da Leonardo Debbia il 02.03.2017

Oltre duemila anni fa la foresta pluviale amazzonica è stata trasformata dalle popolazioni di quell’epoca, che costruirono centinaia di grandi terrapieni, strutture rimaste poi a lungo avvolte nel mistero.

Oggi, i risultati degli studi di esperti brasiliani e britannici dipingono un nuovo scenario dei modi di vita e del rapporto con l’ambiente di questi antichi indigeni dell’Amazzonia prima dell’arrivo degli Europei in quella parte di mondo.

Le tracce dei lunghi fossati, nello Stato di Acre, Brasile occidentale, sono rimaste nascoste per secoli dal fitto degli alberi.

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Geoglifo della regione amazzonica (credit: Jenny Waiting)

L’attuale deforestazione, per quanto esecrabile, ha reso possibile, con l’uso dei droni, poter osservare dall’alto oltre 450 di questi grandi geoglifi geometrici, che ricordano da lontano quelli più famosi di Nazca, nel vicino Perù.

E’ lecito chiedersi cosa abbiano rappresentato nel passato queste strutture e chi avrà avuto la possibilità di realizzarle.

La loro funzione non è ancora del tutto chiara. E’ improbabile che possa trattarsi di tracce di villaggi, dal momento che gli archeologi hanno recuperato pochissimi oggetti, durante gli scavi nelle aree interessate.

La loro disposizione, poi, non fa ipotizzare neppure che siano stati costruiti a scopi difensivi.

Si suppone che siano stati utilizzati alquanto sporadicamente; probabilmente, come luoghi rituali di aggregazione.

Le incisioni del suolo consistono di fossati con bordi di terra rilevati che occupano superfici vaste circa 13mila chilometri quadrati, per la cui realizzazione è stato sicuramente richiesto l’abbattimento di un’enorme quantità di piante.

La loro scoperta accantona in maniera definitiva l’ipotesi assai diffusa che l’ecosistema della foresta pluviale sia rimasta inviolata dagli esseri umani.

A condurre una ricerca in proposito è stata demandata Jennifer Watling, ricercatrice presso il Museo di Archeologia ed Etnografia dell’Università di S. Paolo, Brasile.

“Il fatto che questi siti siano stati nascosti per secoli sotto la foresta pluviale mette seriamente da parte l’idea che le foreste amazzoniche siano ‘ecosistemi incontaminati’”, afferma la studiosa. “Noi abbiamo indagato a fondo per sapere se la regione fosse già coperta da foreste quando i geoglifi sono stati costruiti e quanto gli indigeni abbiano alterato il territorio”.

Utilizzando metodi all’avanguardia, i membri del team sono stati in grado di ricostruire 6000 anni di vegetazione e una serie di incendi prodotti intorno a due geoglifi.

Per uno studio accurato, i ricercatori hanno estratto campioni di terreno da una serie di pozzi scavati all’interno e all’esterno dei geoglifi.

Dall’analisi di questi campioni hanno quindi ricostruito un intero campionario di ‘fitoliti’, piante microscopiche fossili in cui la silice ha sostituito le cellule vegetali, allo scopo di ricostruire l’antica vegetazione.

Hanno recuperato poi una certa quantità di carbone per valutare la quantità di foresta bruciata e calcolato gli isotopi stabili del carbonio che potevano indicare la percentuale di foresta che in passato era libera dalla vegetazione.

Il team ha concluso che gli esseri umani avevano pesantemente alterato le foreste di bambù per millenni, costruendo piccole radure temporanee per realizzare i geoglifi.

Però, invece di bruciare grandi porzioni di foresta, sia per costruire i geoglifi che per praticare l’agricoltura, queste antiche popolazioni avevano trasformato l’ambiente, concentrandosi su specie arboree economicamente preziose, quali le palme, dando così il via ad una sorta di ‘supermercato preistorico’ di prodotti forestali utili.

“Nonostante il considerevole numero di geoglifi nella regione e nonostante la loro densità, possiamo essere certi che le foreste di Acre non furono mai cancellate completamente e neppure hanno mai corso il pericolo di essere distrutte, come invece è successo negli ultimi anni per opera della nostra ‘civiltà’”, tende a sottolineare la dottoressa Waitling.

“La prova che le foreste amazzoniche sono state gestite da popolazioni indigene molto prima del contatto con gli Europei, non dovrebbe essere usata come giustificazione per gli abusi distruttivi del suolo che vengono praticati oggi. Dovrebbe invece servire a guardare all’ingegno dei sistemi di sussistenza del passato, che non hanno prodotto il degrado delle foreste, e dovrebbe farci apprezzare l’attenzione che gli indigeni riposero in passato, nell’uso oculato del suolo con metodi alternativi sostenibili”.

L’articolo completo figurerà negli Atti della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, di prossima pubblicazione.

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