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Scoperti in Giordania i modi di adattamento all’evoluzione dei primi esseri umani

Scritto da Leonardo Debbia il 20.01.2019

Il Qa’al Azraq o Bacino di Azraq è un’oasi paludosa nel cuore del deserto della Giordania orientale che ospita una delle più belle riserve naturali gestite dall’ RSCN (Royal Society for the Conservation of Nature), l’Ente che salvaguarda le risorse naturalistiche del Paese. Ricca di specchi d’acqua naturali e di antichi bacini, rappresenta anche un’opportunità di sosta per le rotte migratorie di una grande varietà di uccelli.

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Anche nel passato, per diversi millenni, nonostante la sua ubicazionne nel bel mezzo del deserto giordano, la regione ha mantenuto spesso questo aspetto, pur nell’alternanza di fasi umide a fasi aride, e durante l’Età della pietra, vari gruppi umani vissero in quest’area insieme ad una notevole varietà di specie animali.

Uno studio del 2016, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, ha descritto strumenti litici usati per la macellazione, rinvenuti nel sito di Azraq, risalenti a 250mila anni fa, migliaia di anni prima dell’evoluzione dell’Homo sapiens in Afarica.

Gli scavi effettuati hanno riportato alla luce una cospicua abbondanza di attrezzi e ossa di animali la cui età è stata stimata intorno ai 250mila anni fa, consentendo di fare ragguardevoli passi avanti nella comprensione dei modi e dei mezzi mediante i quali gli esseri umani poterono vivere in quella regione adattando la loro evoluzione in funzione di quell’ambiente.

James Pokines, assistente di Antropologia forense del Dipartimento di Anatomia e Neurobiologia presso la Scuola di Medicina dell’Università di Boston, ha diretto gli scavi ed il team di ricercatori per conto del ‘Progetto archeologico e paleoecologico delle Paludi di Azraq’.

I resti rinvenuti consistono in esemplari di ossa e denti appartenenti agli antenati dei moderni cammelli ed elefanti, oltre a varie specie di cavalli, rinoceronti, antilopi e bovini selvatici.

La scarsa conservazione delle ossa piccole e sottili ha portato a conclusioni limitate sulle specie degli animali più piccoli che potrebbero aver frequentato la zona durante questo periodo.

Le precedenti ricerche nel sito avevano rivelato, come detto sopra, prove di macellazione, evidenziate dalla presenza di proteine del sangue di diverse specie animali che comparivano su attrezzi specifici dell’Età della pietra.

“La parte periferica delle zone umide, in cui i grandi animali avevano bevuto e pascolato doveva sicuramente offrire eccellenti opportunità di caccia agli esseri umani dell’epoca, anche se questi furono costretti ovviamente ad entrare in concorrenza con i predatori, leoni e iene, che popolavano quella zona”, afferma Pokines, che è autore di un accurato resoconto sulla ricerca.

La scoperta del team aggiunge un contributo importante all’evoluzione fisica e ambientale che quelle terre videro svilupparsi allora nel bacino di Azraq.

“Ci sono molte parti del globo di cui conosciamo ancora molto poco circa i modi di vita delle prime popolazioni ancestrali che vi erano vissute e circa le modalità di adattamento ai climi, anche mutevoli, di quegli ambienti.

Ora, speriamo di capire sempre meglio quali modi possano aver adottato i vari gruppi etnici primordiali; come abbiano potuto adattarsi ai cambiamenti, specialmente considerando le variazioni del clima che caratterizzarono l’Età della pietra”, aggiunge Pokines.

Gli scavi nella regione hanno avuto il fattivo contributo delle autorità giordane e secondo gli studiosi si sono aperte nuove possibilità di intraprenderne ulteriormente per il futuro.

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