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Catene di generosità e buone azioni: l’utopia del pay it forward

Non sembriamo condannati alla generosità. Ricambiare un atto gratuito di generosità non sembra infatti essere il comportamento che gli esseri umani preferiscono

Scritto da Nadia Fusar Poli il 17.12.2012

Rispondere ad un atto di generosità con un altro, benevolo e disinteressato, ed innescare una catena di solidarietà: si tratta di un concetto commovente, sintetizzato nella espressione  popolare pay it forward. In estrema sintesi: estendere la generosità verso gli altri dopo che qualcuno è stato generoso con voi.  Purtroppo sembra che  l’avidità o l’egoismo siano più forti di qualsiasi atto di generosità. L’idea del pay it forward, con tutti che aiutano tutti, rischia di trasformarsi in una mera utopia.

denaro

“La maggior parte della ricerca scientifica su questo concetto si è concentrata sul buon comportamento, e ci siamo chiesti cosa succederebbe se si considerasse l’intera gamma dei comportamenti umani”, ha detto Gray, assistente professore di psicologia sociale presso l’Università del North Carolina- Chapel Hill, che ha condotto lo studio con i ricercatori dell’Università di Harvard.

Dai cinque diversi esperimenti condotti durante lo studio,  è emerso che i partecipanti che hanno ricevuto  un gesto di generosità non l’hanno restituito, almeno non più di quanto abbiano fatto coloro che non ne hanno beneficiato. Al contrario, coloro che erano state “vittime” di atteggiamenti o atti di avidità, si dimostravano  più propensi a ripagare con la stessa moneta, restituendo il medesimo trattamento  ad un altro individuo, creando di fatto una reazione negativa a catena. Inoltre, lo studio ha messo in evidenza come donne e uomini hanno gli stessi livelli di generosità e avidità.

Nel corso di un ulteriore esperimento, i ricercatori hanno reclutato 100 persone (soggetti individuati presso le fermate della metropolitana e nelle località turistiche di Cambridge, nel Massachusetts), coinvolgendoli in un “gioco” economico, i cui risultati hanno confermato l’ipotesi dei ricercatori: l’avidità, anche in questo caso, avrebbe prevalso perché gli stimoli negativi hanno effetti maggiori (più forti e determinanti) sui pensieri e sulle azioni rispetto agli stimoli positivi. Concentrarsi sul negativo può causare infelicità, ma ha senso come capacità di sopravvivenza evolutiva, ha detto Gray, fornendo un esempio: “Se c’è una tigre nelle vicinanze, bisogna esserne consapevoli o  si verrà mangiati”. Se invece si è di fronte a un bel tramonto o ad un cibo delizioso, non vi è alcuna situazione di pericolo e la vita non è messa a repentaglio. 

Le reazioni studiate sono le stesse  in ogni caso, a prescindere dall’oggetto: che si tratti di denaro o di situazioni di lavoro i risultati cui sono giunti i ricercatori sono similari. A tutti noi piace pensare che essere generosi influenzerà gli altri ad assumere comportamenti benevoli,  ma questo non crea  automaticamente una catena di buona volontà.  Per innescare una serie di “buone azioni” , ci si dovrebbe maggiormente concentrare su un aspetto: trattare il prossimo  allo stesso modo ed evitare meri atti casuali di avidità o generosità.

Il testo integrale dell’articolo è disponibile presso l’Ufficio APA Public Affairs e sul sito http://www.apa.org/pubs/journals/releases/xge-ofp-gray.pdf

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