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Scoperte prove della prima innovazione umana

Scritto da Leonardo Debbia il 05.04.2018

Si è scoperto che in Africa orientale, circa 320mila anni fa – decine di migliaia di anni prima di quanto ritenuto finora – i primi esseri umani moderni avevano iniziato a dare vita ad una sorta di primitivo commercio con altri gruppi simili ma distanti da loro.

Si trattò, ovviamente, dei primi baratti, scambi di pigmenti colorati cui venne affiancata anche una prima produzione di strumenti più sofisticati di quelli utilizzati fino ad allora.

Dato che, nel tempo, i terremoti hanno riplasmato il territorio e il clima ha avuto oscillazioni notevoli, tra condizioni umide e condizioni secche, l’innovazione tecnologica e sociale avrà giocato di certo un ruolo fondamentale di aiuto ai primi esseri umani per sopravvivere in condizioni tanto dure.

La recente scoperta di questa nuova fase si deve ad un team di antropologi del Museo Nazionale di Storia Naturale della Smithsonian Institution di Washington.

Le attività di cui sono state trovate le tracce costituiscono la più antica documentaziome fossile rinvenuta in Africa orientale, attribuibile a decine di migliaia di anni prima di quanto si era ritenuto fino ad oggi.

Prime prove di vita umana a Olorgesaille, Africa orientale. Strumenti per il taglio di pietre, chiamati handaxes, risalenti a 1,2 milioni di anni fa (a sinistra); strumenti più sofisticati, datati 320mila anni fa (a destra). (crediti: Human Origins Program, Smithsonian)

Prime prove di vita umana a Olorgesaille, Africa orientale. Strumenti per il taglio di pietre, chiamati handaxes, risalenti a 1,2 milioni di anni fa (a sinistra); strumenti più sofisticati, datati 320mila anni fa (a destra). (crediti: Human Origins Program, Smithsonian)

 

Le prove più antiche di questi passi in avanti, vere pietre miliari del nostro passato evolutivo, provengono dal bacino di Olorgesailie, nel Sud del Kenia, dove la presenza umana è testimoniata già da oltre un milione di anni fa.

Le nuove scoperte, riportate in tre diversi studi, pubblicati il 15 marzo scorso su Science, indicano che questi scenari emersero durante un periodo di intensa variabilità ambientale della regione.

“Il passagio ad un insieme di comportamenti più sofisticati, che implicavano maggiori capacità mentali e legami sociali più complessi, potrebbe essere stato il punto di partenza che ha distinto il nostro lignaggo dagli altri umani primitivi”, dichiara Rick Potts, direttore del Museo Nazionale di Storia Naturale che, in collaborazione con il National Museum del Kenia, ha guidato per trent’anni il programma di ricerca sulle origini umane a Olorgesailie.

Potts è l’autore principale di una delle tre pubblicazioni sull’argomento e descrive le sfide adattative che i primi umani si trovarono a fronteggiare durante questa fase dell’evoluzione.

Alison S. Brooks, docente di Antropologia presso il Centro di studi avanzati di Paleobiologia umana della George Washington University e associata al programma ‘Human Origins’ del Museo, è invece l’autore principale della pubblicazione sul primo scambio di risorse e sull’uso di materiali coloranti nel bacino dell’ Olorgesailie.
Il terzo articolo, di Alan Deino, presso il Centro di Geocronologia di Berkeley illustra in dettaglio la cronologia delle scoperte dell’Età della pietra media.

Le prime prove della presenza umana nel bacino di Olorgesailie sono databili a circa 1,2 milioni di anni. Per centinaia di migliaia di anni gli individui che vivevano in quel sito avevano costruito e usato grossi strumenti per il taglio delle pietre, chiamati ‘handax’.

A partire dal 2002, in quello stesso bacino, Potts, Brooks e il loro team hanno riportato alla luce una varietà di strumenti di dimensioni più piccole e meglio sagomati.

Le datazioni isotopiche di Deino hanno poi rivelato la sorprendente antichità di questi strumenti, realizzati con cura probabilmente tra i 320mila e i 305mila anni fa e più specializzati rispetto a quelli grandi, disponibili per molteplici usi. Molti erano stati progettati per essere attaccati agli alberi e venir usati come armi da lancio, mentre altri erano stati modellati come raschietti o punteruoli.

Mentre fino a quel tempo le armi erano state fabbricate usando pietre locali, il team dello Smithsonian trovò piccole punte di ossidiana, una roccia che proveniva sicuramente da qualche altra parte.

A Olorgesailie sono stati trovati anche pezzi più grandi e senza forma di questa pietra vulcanica dai bordi taglienti che non poteva provenire che dal di fuori di quel territorio.

La diversa composizione chimica degli artefatti corrisponde, infatti, a fonti di ossidiana che distano dalle 13 alle 55 miglia dal sito di Olorgesailie, suggerendo che all’epoca dovevano già essere in atto reti di scambio per spostare la pietra attraverso la regione.

 

 

 

Leonardo Debbia

 

 

 

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