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Residui di legno dai fiumi agli oceani e impatto sugli ambienti marini

Scritto da Leonardo Debbia il 11.02.2022

Una scienziata della Colorado State University, la dott.ssa Ellen Wohl, afferma di aver osservato le prime immagini di organismi marini con habitat situato vicino a bocche idrotermali nelle profondità marine, allorchè vennero individuati per la prima volta, nel 1978.

Il suo interesse per il mare e per come gli organismi si fossero aggregati in comunità oceaniche di profondità dettero così inizio ad una nuova branca di ricerca nella geomorfologia fluviale.

In passato negli oceani veniva trasportata una gran quantità di legname ad opera delle acque correnti superficiali (fiumi e ruscelli) ma oggi le attività umane hanno ridotto drasticamente questo apporto, sostiene la Wohl.

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I risultati della ricerca che è seguita a questa constatazione, sono stati pubblicati il 10 dicembre scorso sulla rivista Science Advances.

In collaborazione con la ricercatrice Emily Iskin, dello stesso Ateneo statunitense, la Wohl ha registrato e quantificato i flussi di legname riversati nei bacini idrici e nelle regioni costiere degli Stati Uniti per una prima stima del flusso globale di legno, estendendo poi le ricerche a Canada, Francia, Russia e Serbia e assumendo set di dati perfino dalla Svizzera e dal Giappone.

Da questa ampia ricerca è emerso che ogni anno sarebbero confluiti negli oceani terrestri 4,7 milioni di metri cubi di legname di ogni dimensione.

In realtà, al momento, si tratta di una stima approssimativa che risulta, a seconda del punto di vista, massima allorchè si tenga conto della rimozione locale del legno da fiumi e bacini idrici e minima, quando la si consideri in relazione alla deforestazione e all’ingegneria fluviale.

La riduzione di questi apporti di legname influisce comunque negativamente sugli ambienti costieri, a parere della Wohl, che si aspetta una maggiore attenzione a questa problematica sia da parte della comunità scientifica che dell’opinione pubblica.

Come esseri umani, abbiamo ridotto l’apporto di legno, interrompendolo per più di un secolo”, afferma la ricercatrice.

Il legname galleggiante viene infatti rimosso di continuo da alcune aree costiere, specie dalle spiagge turistiche del Mediterraneo; ma questo legname avrebbe potuto servire ad una quantità di animali e piante, dato che la sua funzione è quella di fornire importanti sostanze nutritive nonchè di interferire positivamente nelle variazioni dei fondali costieri.

E non meno importante è il legno che, imbevuto d’acqua e appesantito, va a depositarsi sui fondali marini. Questo legno ha la stessa funzione di una barriera corallina e per molti organismi, per lo più vongole, invertebrati e crostacei, costituisce una sorta di rifugio”.

Iskin afferma anche che il modo in cui attualmente gli esseri umani interagiscono con il legno è molto diverso dalla dinamica delle foreste del passato, prima della nostra comparsa sulla Terra.

Gli impatti umani su piccola scala, quali la rimozione del legno da un fiume, il prosciugamento di una pianura alluvionale o il disboscamento di una collina, non si limitano ad avere effetti locali ma colpiscono l’intero sistema fluviale su una scala ben più ampia”, sostiene. “E’ tutto connesso. Gli interventi umani in un fiume non si limitano ad un’area ristretta ma hanno conseguenze su tutto il bacino fluviale, fino al mare aperto. E non possono di per sé definirsi negativi o positivi, ma senza dubbio le ricadute sui sistemi fluviali ci sono, eccome!”.

Wohl auspica che in futuro gli studiosi possano utilizzare dispositivi di localizzazione radio su tronchi e su frammenti legnosi in modo da poterne seguire i percorsi, mediante satellite, anche nella circolazione oceanica.

L’ideale sarebbe poter ottenere più risultati possibili in tutto il mondo, venendo così a sapere con più cognizione di causa ciò che entra e ciò che esce dagli oceani, dichiara la studiosa.

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