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Studio mostra correlazione tra giochi violenti ad alta definizione e aggressività

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 11.10.2010

Videogiochi violentiMolti sono gli studi che indicano come i videogiochi violenti, che spopolano da diversi anni negli scaffali dei negozi specializzati, dei supermercati ed oggi su internet, possano indurre a comportamenti violenti e aggressività nella vita, soprattutto in giovane età.

I videogiochi non sono stati sempre violenti. Alla fine degli anni ’70 la cosa che ricordava più da vicino la violenza era guerreggiare contro improbabili navi spaziali aliene.

Oggi, molti videogiochi includono combattimenti virtuali come in un vero e proprio campo di battaglia in Iraq, o duelli a colpi di spada in mondi immaginari. Con il miglioramento della tecnologia e l’abbassamento dei costi di realizzazione delle consolle e microprocessori sempre più potenti, le immagini e i suoni che questi veri e propri supercomputer riescono a produrre sono diventate sempre più realistiche. Le scene delle battaglie nei combattimenti simulati non sono solo vivide, ma spesso raccapriccianti.

Numerosi studi negli ultimi anni hanno messo in relazione la crescita della violenza nei videogiochi con la crescita di atteggiamenti violenti nei giocatori.

Un’ennesima ricerca (melius abundare, ndr.) di Brad Bushman della Ohio State University e di Bryan Gibson della Central Michigan University mostra che, almeno per gli uomini, questa extra aggressività può restare “addosso” al giocatore anche dopo che il gioco è stato spento.

In un’intervista audio a VOA News, l’autore dello studio ha spiegato alcuni aspetti fondamentali della ricerca svolta.

“Molti genitori vogliono capire se i videogiochi che i loro figli amano possono sviluppare una maggiore aggressività,” ha detto Bushman.

Uno degli aspetti che nella letteratura sull’argomento non era stato ancora approfondito, secondo Bushman, era quello di studiare la reazione delle persone ad una certa distanza temporale dalla fine della sessione di gioco, per capire quanto a lungo l’aggressività permanga nell’atteggiamento del giocatore.

La ricerca, condotta sia su uomini che su donne, consisteva nel far giocare i membri dello studio con videogiochi a loro scelta. Chi preferiva un gioco non violento lo poteva scegliere, chi preferiva un combattimento era libero di giocarci. Sono stati separati i componenti in due gruppi. Al primo è stato detto di non pensare al gioco a cui avevano appena giocato per le successive 24 ore. All’altra metà è stato detto genericamente di pensare al gioco. Il motivo è che 24 ore probabilmente bastano per far dimenticare in alcuni soggetti l’attività svolta molte ore prima. Ma i bambini, ad esempio, continuano a parlare per giorni delle loro ultime partite, quindi la richiesta tendeva a prolungare la sensazione del gioco.

Il modo per misurare l’aggressività era attraverso gioci in coppia. Chi vinceva poteva infliggere una punizione all’altro attraverso l’attivazione di un segnale acustico nei suoi auricolari. Il livello poteva essere scelto da zero (nessun rumore) al rumore corrispondente ad un allarme anti-incendio, abbastanza fastidioso da ascoltare negli auricolari. Si poteva anche controllare la durata del suono nelle orecchie del partner.

I risultati sono stati abbastanza sorprendenti: la violenza è risultata aumentare solo nelle persone a cui stato detto di pensare al gioco nelle successive 24 ore. In particolare, solo gli uomini che avevano pensato al gioco nelle precedenti 24 ore hanno manifestato un atteggiamento più violento.

Altri studi avevano mostrato come anche le donne sono soggette ad un aumento di atteggiamenti violenti a causa dei videogiochi. Questo significa che quando è stato detto loro di pensare al gioco in modo generico, esse si sono focalizzate sulle parti non violente. Quando è stata data la stessa generica indicazione agli uomini, essi si sono concentrati sugli aspetti violenti. Questo significa che gli uomini sono portati maggiormente a rappresentarsi in situazioni violente, mentre le donne evitano di pensarci.

“Quello che lo studio mostra e che ci interessava capire è che, soprattutto tra gli uomini, gli effetti negativi dei giochi violenti permangono a lungo anche dopo la fine del gioco,” conclude Bushman.

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  • Ex-videogamer scrive:

    Le opinioni degli studiosi in questo campo sono spesso contrastanti.
    In Australia, ad esempio, la censura su film e videogiochi è molto forte, ed è presente un sistema di rating estremamente rigido; proprio in questo periodo, n quel paese, è in atto un dibattito che dovrebbe portare a breve ad una votazione in merito all’adozione della classificazione R18+ (giochi vietati a minori di 18 anni).
    Nella fase preparatoria a questa legge, il governo australiano ha commissionato uno studio apposito per verificare la correlazione tra i giochi violenti ed il comportamento violento degli adolescenti, ma questo studio non ha rilevato alcun nesso.
    Anche gli effetti a breve termine sono stati messi in discussione perchè non si riesce a tenere conto di tutte le variabili possibili quali la situazione familiare, il livello di aggressività insita naturalmente nell’individuo e così via.
    Come per tutte le cose, credo che il buon senso di un genitore dovrebbe essere sufficiente: se mio figlio passasse i pomeriggi ad ammazzare gente in Call of Duty mi preoccuperei parecchio, ma credo che sarei ugualmente preoccupato se passasse lo stesso tempo con un innocente pac-man invece di stare con i suoi coetanei.