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Sicuri che si tratti di fibromialgia? A breve lo sapremo con certezza

Scritto da Leonardo Debbia il 27.05.2020

Per la prima volta, i ricercatori sono entrati in possesso di prove che fanno ben sperare di poter avere, a breve, una diagnosi in modo affidabile di fibromialgia, semplicemente a mezzo di un prelievo di sangue.

A dichiarare questo, in uno studio apparso sul Journal of Biological Chemistry, sono i ricercatori della Ohio State University, che annunciano di aver individuato i biomarcatori della fibromialgia; una scoperta che, ove fosse confermata, sarebbe fondamentale per giungere a differenziare questa patologia da altre malattie ad essa correlate.

La fibromialgia è una sindrome cronica dolorosa, caratterizzata da dolore cronico a muscoli, tendini e nervi che, con inizio dalla zona cervicale, si irradia in tutto il corpo.

E’ una patologia molto invalidante che colpisce prevalentemente la popolazione femmminile tra i 30 e i 40 anni (circa due milioni solo in Italia) e le cui origini sono ancora tutte da scoprire.

“La fibromialgia viene spesso diagnosticata in modo erroneo, quando addirittura non viene neppure riconosciuta, lasciando i pazienti senza cure adeguate e senza consigli sulla gestione del dolore cronico e della stanchezza”, avverte il prof. Kevin Hackshaw, membro del Collegio di Medicina dello Stato dell’Ohio e docente di Reumatologia presso il Wexner Medical Center dell’Università dell’Ohio.

Finora, per diagnosticare la fibromialgia, i medici hanno fatto affidamento esclusivamente sulle informazioni fornite dal paziente, che si concentrano su specifici punti, i cosiddetti tender points, mentre non ci sono esami del sangue o altro strumento chiaro e di facile utilizzo per fornire una risposta esaustiva.

Una volta riconosciuta la patologia, mancano comunque trattamenti mirati che portino ad una remissione della sintomatologia dolorosa.

“A molti pazienti vengono prescritti oppioidi, forti antidolorifici che non hanno dimostrato di essere utili alle persone colpite da questa malattia. Con gli oppioidi, la fibromialgia spesso peggiora; o, comunque, certamente non migliora”, sostiene Hackshaw.

Nè, non trattandosi di malattia infiammatoria, si può ricorrere al cortisone.

Più spesso vengono somministrati farmaci antinfiammatori non steroidei, quali il paracetamolo, l’ipobrufene o l’acido acetilsalicilico.

Uscendo dalla farmacologia stretta, qualcuno trova giovamento in trattamenti fisioterapici, come tecniche di rilassamento, massaggi, yoga e, più recentemente, nel ricorso a sedute di ossigenozonoterapia.

Per lo studio attuale, il team di Hackshaw ha reclutato 50 persone con diagnosi formale di fibromialgia, oltre a 29 affette da artrite reumatoide, 19 con osteoartrite e 23 con lupus, tutte patologie con condizioni spesso coincidenti.

Gli studiosi hanno esaminato campioni di sangue di ciascun partecipante, utilizzando una tecnica chiamata spettroscopia vibrazionale, che misura i legami chimici e i livelli di energia delle molecole all’interno del campione.

Le analisi hanno mostrato modelli che distinguevano i campioni di sangue dei pazienti con fibromialgia dai pazienti con disturbi correlati.

Quindi sono stati usati due tipi di spettroscopia per valutare il resto dei campioni ‘al buio’, cioè senza conoscere le diagnosi già emesse, raggruppando i partecipanti nella categoria di malati in base al loro schema molecolare.

E’ stato così evidenziato un modello metabolico che era presente solo nelle persone affette da fibromialgia e risultava assente nelle altre. I ricercatori hanno paragonato queste firme molecolari ad ‘impronte metaboliche’ e affermano che questi risultati aiuteranno di sicuro a sviluppare trattamenti più mirati contro la fibromialgia.

I modelli metabolici trovati sono chiari e riproducibili nel sangue dei pazienti fibromialgici”, dice Hackshaw. “Questo ci porta più che mai vicini ad un esame del sangue indicativo” che auspica sia possibile avere entro cinque anni.

Luis Rodriguez-Saona, docente di scienze e tecnologie alimentari dello stesso Ateneo e co-autore dello studio, afferma che come ulteriore passo si intende esaminare gruppi di 150-200 persone per replicare i test su un campione più ampio di popolazione, anche allo scopo di individuare specifiche proteine responsabili della sintomatologia dolorosa.

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