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Stalking: alla ricerca dei soggetti a rischio

“L’indagine empirica delle basi neurali della gelosia è solo all’inizio e ulteriori studi sono necessari per chiarirne le radici biologiche”

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 15.01.2013

La gelosia è un sentimento che vissuto in maniera eccessiva può portare a gesti estremi. Succede quando la perdita del partner è vissuta in maniera catastrofica e quando ogni gesto della persona amata è vissuto come minaccia al rapporto. Una ricerca italiana, attraverso l’analisi delle aree del cervello coinvolte, ha l’obiettivo di riconoscere i soggetti a rischio.

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La chiamano “sindrome di Otello” i ricercatori del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Pisa che hanno pubblicato il loro studio sulla rivista della Cambridge University Press.

Secondo i ricercatori la gelosia delirante a cui sono associati comportamenti aggressivi come lo stalking, il suicidio o l’omicidio sarebbe legata ad uno squilibrio di una specifica area del cervello, più precisamente nella corteccia frontale ventro-mediale, un’area del cervello che sovrintende complessi processi cognitivi e affettivi.

“Abbiamo elaborato un modello teorico – spiega Donatella Marazziti – basato sull’osservazione clinica dei pazienti affetti da schizofrenia, alcolismo e morbo di Parkinson nei quali sono molto comuni le manifestazioni di gelosia delirante, in particolare nei soggetti che soffrono di morbo di Parkinson e che sono curati con farmaci che incrementano la produzione di dopamina”.
“L’indagine empirica delle basi neurali della gelosia è solo all’inizio e ulteriori studi sono necessari per chiarirne le radici biologiche”, avverte Donatella Marazziti.
Con la ricerca, insomma, i ricercatori intendono capire quale sia lo squilibrio biochimico che trasforma questo sentimento in un’ossessione pericolosa.
“La speranza – conclude Donatella Marazziti – è che una maggiore conoscenza dei circuiti cerebrali e delle alterazioni biochimiche che sottendono i vari aspetti della gelosia delirante, possa aiutare ad arrivare ad un’identificazione precoce dei soggetti a rischio”.

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