La scoperta si deve agli archeologi dell’Università di Città del Capo (UCT) e dell’Università di Toronto, in Canada, con la collaborazione del Museo McGregor di Kimberley, in Sud Africa. I risultati della ricerca sul sito di Kathu Townlands, uno dei più ricchi e dei più primitivi siti archeologici del Sud Africa, sono stati pubblicati sulla rivista PloS ONE il 24 luglio scorso. Si ritiene che il sito abbia un’età tra i 700mila e il milione di anni.

Alcuni reperti raccolti a Kathu, Sud Africa. A-B: schegge in pietra. Ferrosa. C: schegge di quarzite. (crediti: Steven James Walker et alii. – PLoSONE)
Steven James Walker, del Dipartimento di Archeologia dell’UCT, autore dell’articolo relativo, afferma: “Il sito è fantastico, ma è purtroppo incredibilmente minacciato dall’urbanizzazione della città di Khatu. Finora abbiamo lavorato in sintonia con gli urbanisti, così come con la South African Heritage Resources Agency, per preservare quanto più possibile, ma la città è in rapida espansione attorno al sito, che a questo punto rischia di subìre tagli su tutti e quattro i lati e questo costituirebbe un fatto veramente deplorevole”.
Oggi, Kathu è un importante centro minerario del ferro e per Walker il fatto che un sito archeologico così esteso si trovi nel bel mezzo di una zona ad intenso sviluppo rappresenta una sfida unica, sia per gli archeologi, che tendono ovviamente alla conservazione, sia per gli urbanisti, che propendono per la costruzione di edifici e strade. Una sfida che consiste nel trovare strategie da mettere in campo per poter lavorare in modo cooperativo. Il sito di Kathu Townlands è un insieme di siti preistorici conosciuto come il ‘Complesso Kathu’.
E’ situato su una bassa collina, tra le colline Kuruman ad est e le montagne Langberge ad ovest, in una zona rocciosa, ma ricca di concrezioni di carbonato di calcio, ghiaia e sabbia.
La natura del terreno ha favorito l’abbondanza di materia prima, della selce, necessaria per i manufatti, che sono stati trovati in insolita abbondanza, immersi in una matrice sabbiosa, probabilmente deposta in un momento successivo alla lavorazione che è ascrivibile al Tardo Pleistocene.
E’ probabile che il sito sia stato, nella fattispecie, una sorta di ‘cava’ per gruppi di ominidi che si spostavano nella regione e che si sarebbero riforniti periodicamente di materia prima per le loro necessità.
Altri siti del complesso sono il Kathu Pan 1, che ha prodotto fossili di grandi animali, come elefanti e ippopotami, così come la prima sede conosciuta di produzione di strumenti utilizzati come lance in un livello datato mezzo milione di anni fa.
Michael Chazan, Direttore del Centro di Archeologia dell’Università di Toronto, sottolinea la sfida scientifica posta dall’abbondanza di tracce della prima attività umana in questa zona e dichiara: “Dobbiamo immaginare un paesaggio intorno a Kathu che sicuramente ha visto grandi popolazioni di antenati umani, così come di grandi animali, come gli ippopotami. Abbiamo molte indicazioni che questo territorio sia stato, al tempo, molto più umido. E’ fuori discussione poi che il Complesso Kathu offra opportunità uniche per studiare l’evoluzione dei nostri antenati in Sud Africa”.