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Enigmatiche costruzioni sotterranee dei Neanderthal

Scritto da Leonardo Debbia il 13.06.2016

Nelle profondità della grotta di Bruniquel, un sito archeologico della regione Tarn e Garonna nel Sud-ovest della Francia, a 336 metri di distanza dall’imboccatura, è stata recentemente scoperta una serie di strutture artificiali di fattura umana, databili, presumibilmente, sui 176mila anni fa.

Gli esseri umani occupavano quindi le grotte molto prima di quanto finora ritenuto, dato che il più antico sito umano in una grotta (Chauvet) risale a soli 38mila anni fa.

Si trattava solo di un primitivo rifugio di esseri umani?

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Grotta Bruniquel (credit: Soulier – SSAC)

La scoperta è rivoluzionaria perchè i primi esseri a conoscere il fuoco e a farne uso in un ambiente chiuso sarebbero stati i Neanderthal, e non i Sapiens, come si credeva.

La ricerca, resa nota da Nature, è stata condotta da un team internazionale, tra cui Jacques Jaubert, dell’Università di Bordeaux, Sophie Vertheyden del Royal Belgian Institute of Natural Sciences (RBINS) e Dominique Genty del CNRS.

La grotta di Bruniquel era stata scoperta nel 1990. Al suo interno si trova un lago sotterraneo, formazioni rocciose naturali di calcite e pavimenti intatti contenenti numerosi resti ossei, deposti tra avvallamenti lasciati dagli orsi in ibernazione, assieme a segni impressionanti di artigli.

La presenza più straordinaria è data, però, dalle 400 stalagmiti calcaree, intere o frammentate, disposte in formazioni grosso modo circolari.

I cerchi mostrano tracce di fuochi, calcite arrossata o annerita dalla fuliggine e fratturata dal calore; materiale bruciato, tra cui spiccano resti ossei.

Nel 1995, con il metodo del carbonio 14, uno dei resti venne datato a 47.600 anni fa, ma non si procedette ad ulteriori verifiche.

Nel 2013 un gruppo di ricercatori ha iniziato un nuovo programma di studi e analisi.

Oltre ad un rilevamento in 3D delle strutture stalagmitiche e all’analisi dei componenti costitutivi, è stato usato uno studio magnetico per rilevare anomalie causate dal calore, rendendo così possibile mappare i resti bruciati di quella parte di grotta, non escludendo anche che questi fuochi abbiano potuto servire semplicemente come sorgenti di luce.

Dal momento che nessun’altra stalagmite simile era ancora stata scoperta, il team ha iniziato a chiedersi cosa giustificasse questi pezzi di stalagmite disposti così accuratamente.

L’inventario di 400 stalagmiti della grotta riassume un totale di 112 metri di stalagmiti rotte in pezzi ben calibrati, del peso totale di 2,2 tonnellate. I componenti di queste strutture sono allineati, giustapposti e contrapposti in due, tre e perfino quattro strati, con puntelli all’esterno, apparentemente per tenerle salde sul posto.

Sul pavimento della grotta non è stato trovato alcun resto che possa essere di aiuto, data la collocazione: una spessa coltre di calcite ha ricoperto le strutture, mantenendole erette e nascondendo il pavimento originale.

Per questo motivo, i ricercatori, con l’aiuto di colleghi dell’Università di Xi’an (Cina) e dell’Università del Minnesota (USA) hanno usato il metodo di datazione uranio-torio, che sfrutta le proprietà radioattive dell’uranio.

Dopo la formazione delle stalagmiti, l’uranio presente all’origine nella calcite, nel corso del tempo decade in altri elementi, tra cui il torio. L’età di una stalagmite può quindi essere determinata dal rapporto tra la quantità di torio e quella di uranio rimasto nella calcite.

I Neanderthal produssero queste strutture rompendo stalagmiti e riorganizzandone i pezzi.

Dopo l’abbandono del sito, nuovi strati di calcite, incluse quelle cresciute in seguito, si depositarono sulle strutture lavorate dall’uomo.

Calcolando dalla fine della crescita delle stalagmiti usate nelle strutture e l’inizio della ricrescita che chiudeva le strutture stesse, i ricercatori hanno stimato l’età dell’installazione tra i 176.500 e i 200mila anni circa.

Altri elementi, in particolare la calcite che copre un osso bruciato, hanno confermato uno scenario insolito.

L’esistenza di queste strutture, praticamente uniche nell’archeologia, era già di per sé una scoperta sorprendente.

Nella preistoria, fino agli inizi del Paleolitico recente in Europa, oltre ad alcuni casi isolati nel sud-est asiatico e in Australia, non si hanno notizie di incursioni umane nelle grotte, al di fuori della luce del sole. Le prove consistono quasi sempre in disegni, incisioni, dipinti, come quelli delle grotte di Chauvet (36mila anni fa), Lascaux (-22-20mila), Altamira, in Spagna (-18mila).

Ma le strutture di Bruniquel sono state costruite molto tempo prima che i Sapiens giungessero in Europa (40mila anni fa) e gli unici esseri che avrebbero potuto produrle non potevano che essere Neanderthal, che finora si credeva non si avventurassero nelle grotte, conoscessero sofisticati sistemi di illuminazione e il fuoco. Per non parlare di costruzioni elaborate.

Ora sappiamo che 140mila anni prima dell’arrivo dei Sapiens, i primi Neanderthal abitavano grotte profonde, custodendo il fuoco in locali chiusi e producendo strutture complesse, lontane dall’imboccatura, la cui distanza non si presume sia variata nel tempo.

Sorgono allora diversi interrogativi. Scartando l’ipotesi della necessità abitativa, perché costruire queste strutture così in profondità nella grotta? Ricerca di materiali nuovi per nuove ‘tecnologie’, quali l’accumulo dell’acqua? Osservanza di riti religiosi? O altro?

Di sicuro, i Neanderthal disponevano di una organizzazione sociale avanzata.

Per rispondere, anche solo parzialmente, saranno necessari ulteriori approfondimenti.

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