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Stati Uniti: con la siccità a rischio centinaia di specie di pesci

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 08.06.2013

Gli Stati Uniti sono stati colpiti da una grande siccità negli ultimi due anni. Uno studio dell’Università del Kansas ha misurato gli effetti sulle specie di pesci autoctone. I risultati sono inquietanti: fino a 200 specie autoctone sono scomparse in alcuni tratti di fiume. Non è soltanto la siccità degli ultimi due anni a minacciare la biodiversità degli ecosistemi acquatici: il prelievo dalla falde acquifere, la creazione di dighe cavedano, la frammentazione dei fiumi e l’introduzione di specie alloctone mettono in pericolo centinaia di specie.

“Un paio di specie chiave che abbiamo studiato sono praticamente scomparse, dove storicamente erano abbondanti”, ha detto Keith Gido, professore di biologia che studia l’ecologia dei pesci e la conservazione dei sistemi acquatici e che è autore della ricerca pubblicata su Fisheries.

Un esempio riguarda i rima della siccità, la squadra di Gido osservato più di 300 tipi di cavedani argentati nel fiume Ninnescah nel sud del Kansas nell’estate 2011. Nel 2012, dopo il secondo anno consecutivo di siccità grave, il team di Gido ha trovato solo tre cavedani durante il campionamento. Non hanno trovato nessun cavedano nella primavera del 2013.

“Siamo in una crisi di conservazione”, ha detto Gido. “Le nostre comunità ittiche sono decisamente cambiate e stiamo perdendo molte specie autoctone.”

Gido ha spiegato che le due attività – la frammentazione dei fiumi e i prelievi dalle falde – influenzano i sistemi acquatici e le specie ittiche autoctone delle Grandi Pianure. Quando questi due fattori si combinano con la siccità le comunità ittiche si riducono drasticamente. La frammentazione dei fiumi si verificano quando le barriere, come le dighe, rompono i lunghi tratti di fiume e creano segmenti più brevi.

Gido, Joshuah Perkin, un ricercatore post-dottorato dell’Università del Kansas e Thomas Turner, un genetista dell’Università del New Mexico – hanno studiato per anni come la frammentazione dei fiumi colpisca le comunità ittiche nei fiumi delle grandi pianure. Alcune ricerche hanno dimostrato che alcune specie non sopravvivono, o lo fanno molto difficilmente, quando i fiumi hanno dei tratti inferiori ai 100 chilometri a causa del modo in cui i pesci depongono le uova.

Ma non è solo questo il problema delle dighe: spesso alla loro presenza si accompagna quella di specie alloctone che possono predare quelle autoctone.

“Con l’abbassamento del livello dell’acqua, se si introduce un predatore alloctono nel sistema, quando gli effetti dei predatori sono molto più forti e hanno quindi un effetto più drastico sui pesci autoctoni”, ha detto Gido. “Abbiamo visto un graduale declino nella diversità nativa nel corso del tempo. La siccità aggrava qualsiasi effetto, perché con la frammentazione, se il flusso è asciutto e l’acqua è più bassa, i pesci si muovono in un territorio chiuso.”

Gido ha spiegato che le contromisure, come la rimozione dei pesci predatori non nativi, potrebbero scongiurare l’estinzione dei pesci autoctoni. In alcuni caso questo sta già avvenendo, ma certamente non è una misura attivabile perennemente ed è giustificata solo dalla grave siccità.

Mantenere la diversità è importante per mantenere le funzioni degli ecosistemi fluviali sani, ha spiegato lo sceinziato. Come parte dell’ecosistema, i pesci possono influenzare il ciclo del flusso di sostanze nutritive del fiume. Troppi nutrienti possono provocare effetti negativi, come la proliferazione di alghe nocive.

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