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La Siria in piazza, tra riforme presunte e divieto di manifestare

Scritto da Chiara Pane il 20.04.2011

SiriaDopo un ulteriore notte di scontri il governo siriano ha decretato l’entrata in vigore della legislazione necessaria per l’abrogazione dello stato di emergenza in vigore in Siria da 48 anni, che limita o vieta la libertà di riunione e circolazione e consente l’arresto di sospetti o di persone cheminacciano la sicurezza.

Repressione sul terreno e apertura sulla carta: così il regime di Bashar al Assad ha affrontato le proteste delle ultime settimane e ieri ha annunciato ufficialmente un disegno di legge per la revoca dello Stato di emergenza, che è in vigore nel Paese dal 1963. Il governo ha approvato inoltre l’abolizione della Corte di sicurezza dello Stato e un progetto di legge che regolerà il diritto a manifestare. L’emittente televisiva siriana ha riferito che la nuova normativa riguarda la concessione “ai cittadini del diritto di manifestazione pacifica” e regola “le autorizzazioni e i meccanismi di protezione dei manifestanti.

Ieri però, malgrado l’annuncio della nuova legge sul diritto a manifestare, il governo di Assad ha deciso di vietare tutte le manifestazioni. Con un comunicato pubblicato dall’agenzia Sana, il ministero ha chiesto ai cittadini di “astenersi dal partecipare a qualsiasi corteo, manifestazione o sit-in sotto qualsiasi slogan”. In caso di nuove manifestazioni “verranno applicate le leggi in vigore in Siria nell’interesse delle sicurezza dei cittadini e della stabilità del Paese”.

La dura repressione attuata e dichiarata dal governo siriano è giustificata da un’accusa ben precisa: “a fomentare la rivolta sono i gruppi salafiti”. Il movimento islamico della Salafiyya fondato dal riformista egiziano Rashid Rida verso la fine dell’Ottocento, propugna un ritorno alle origini, alla purezza dell’insegnamento dell’islam attraverso l’interpretazione delle fonti, il Corano, libro sacro e la Sunna, ovvero le interpretazioni del Corano ad opera del profeta Maometto. Il termine “salaf “in arabo significa, infatti, predecessori, antenati. Tale movimento è annoverato fra i movimenti fondamentalisti per la sua avversione all’Occidente e all’occidentalizzazione delle società musulmane. Negli ultimi giorni si è molto sentito parlare di tale movimento poiché direttamente coinvolto nel rapimento e nell’uccisione a Gaza di Vittorio Arrigoni, volontario e attivista italiano. Seppur fra i due movimenti non c’è uno stretto legame, entrambi si rifanno all’ideologia della Salafiyya.

Il problema dello scontro religioso in Siria desta non poche preoccupazioni, anche a causa della divergenza fra la dinastia Assad, minoranza sciita alawita che regge il potere, e la maggioranza della popolazione sunnita, (compreso l’esercito popolare che è a maggioranza sunnita, e questo mette a rischio la coesione dell’intervento del governo centrale). Insomma, l’esatto contrario di quel che è stato per l’Iraq di Saddam Hussein, il che la dice lunga nel rapporto con l’Iraq attuale.

Ecco perché per Washington la Siria pone un serio dilemma: se da un lato l’indebolimento degli Assad sarebbe positivo per gli Usa perché indebolirebbe l’influenza regionale dell’Iran sciita, dall’altro lato una crisi non risolta rischierebbe di scalfire il precario equilibrio iracheno. Dunque al di là delle intenzioni della presidenza siriana, assolutamente contraria all’intervento diretto degli occidentali, lo scenario siriano ben si presta ad una possibile intromissione di potenze esterne. Per adesso si sa solo che a Damasco il nuovo ambasciatore Usa, Robert Ford, sta fortemente consigliando al Presidente la via delle riforme.

La ribellione siriana, quindi, pur rientrando nell’onda delle rivoluzioni popolari del Medio Oriente, sposta l’asse dall’area mediterranea alla regione a più alta tensione del mondo, il triangolo petrolifero tra Iran, Iraq e Arabia Saudita.

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