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Libia e il flop della diplomazia internazionale

Scritto da Chiara Pane il 15.03.2011

Proteste in LibiaLa guerra civile in Libia prosegue. Continuando con i bombardamenti delle città e le stragi, il leader libico Muammar Gheddafi ha ormai contro l’intera comunità internazionale, ma un intervento effettivo per la destituzione del Colonnello sembra essere, ancora, davvero un miraggio.

Le forze di opposizione al regime, continuano a lottare per la libertà e cercano di resistere alledurissima repressione ordinata da Gheddafi, che non vuole lasciare il potere. I bombardamenti dellecittà, di cui faticosamente gli insorti avevano preso il potere, si susseguono giorno dopo giorno,ora dopo ora senza tregua. L’ultima fra le città bombardate è Brega. Domenica 13 marzo dopoi massicci bombardamenti da parte delle forze fedeli a Gheddafi, gli insorti sono stati costretti ascappare a bordo dei loro veicoli verso Ajdabaiya, sfruttando la strada costiera. Il giorno prima glistessi si erano ritirati da al-Uqaila, caduta nelle mani delle forze fedeli al colonnello Gheddafi.

Gli insorti lanciano appelli tramite le emittenti radio-televisive, chiedendo aiuto alla comunitàinternazionale e ai paesi europei in particolare. Invocano aiuto in nome del principio diautodeterminazione dei popoli, norma di diritto internazionale generale e principio fondamentaledella Carta delle Nazioni Unite. Questo principio viene sinteticamente spiegato come la libertàdei popoli di definire il proprio regime politico, economico e sociale. Tale principio coinvolgeinnumerevoli implicazioni e per cercare di essere più esaustivi potremmo dire che il principio diautodeterminazione è quel principio in forza del quale ciascun popolo ha diritto di vivere liberoda qualsiasi tipo di oppressione, tanto interna che esterna, condizione questa prioritaria per il raggiungimento di relazioni amichevoli tra gli stati membri e per un progresso economico deipopoli fondato su una equa distribuzione delle risorse a livello sia internazionale che interno.Dunque, invocando questo principio il popolo libico si rifà al il diritto dei popoli di scegliere la loroforma di governo e di liberarsi da una dominazione che li opprime.

A rigor di logica una mobilitazione internazionale sarebbe auspicabile se non doverosa nel rispettodi tale principio. Purtroppo, però, piuttosto che di mobilitazione internazionale si può parlare diriunioni e “chiacchiere” fra i massimi rappresentanti della comunità internazionale, che di fattonon hanno ancora deciso come agire. A Bruxelles l’aria che si respira è densa di preoccupazione,ma forse a nessuno interessano davvero le sorti del popolo libico. Le preoccupazioni riguardanole ripercussioni in Europa e nel resto del mondo, soprattutto considerate le molteplici risorseenergetiche presenti sul territorio; e poi come non considerare il problema, soprattutto per la nostraItalia, dell’immigrazione, perché venendo meno “il patto di amicizia” firmato a Bengasi il 30 agosto2008 e ratificato dal nostro parlamento il 6 febbraio 2009, che stabiliva norme precise, abbastanzacriticabili, per il respingimento dei profughi nelle acque internazionali e territoriali, oggi taleproblema spaventa tutti.

La comunità internazionale si mostra quanto mai prudente ed in sede europea per adesso si èdeciso solo ciò che non si può fare: niente bombardamenti mirati, come auspicavano il presidentefrancese Nicolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron; niente “no-fly zone” per impedireall’aviazione del Colonnello di attaccare gli insorti, richiesta esplicitamente da Mustafa AbdelJalil, presidente del Consiglio Nazionale Provvisorio di Bengasi, che raggruppa l’opposizioneal regime di Muammar Gheddafi ed accettata dalla Lega Araba dopo la riunione tenutasi sabatoscorso al Cairo. A tale riunione hanno partecipato i ministri degli esteri dei ventidue stati africani,ma i rappresentanti di Gheddafi non sono stati invitati. I ministri arabi degli esteri, ha detto unafonte, “si sono messi d’accordo per invitare il Consiglio di sicurezza dell’ONU ad assumersi le sueresponsabilità e a imporre una “no-fly zone” per proteggere il popolo libico” ha affermato uno deidiplomatici. “La decisione di creare una zona di esclusione aerea è stata accettata dai ministri arabi,a eccezione di quelli di Algeria e Siria” ha aggiunto. Adesso si aspetta una riunione a tre fra UnioneEuropea, Lega Araba e Unione Africana.

Per ora l’Unione Europea ha scelto la strada della diplomazia e della pressione politica sulcolonnello Gheddafi chiedendone, in una nota diramata, le dimissioni. Il presidente della Commissione europea, Jose Manuel Barroso, afferma: “il problema ha un nome: Gheddafi. Deveandare via.[…]Dobbiamo intensificare la nostra pressione internazionale sull’attuale regimeaffinché si dimetta”.

La cara retorica della diplomazia torna a farsi sentire, il presidente della Commissione europeaparla di pressione politica, nonostante Gheddafi non venga più considerato un interlocutore valido.L’incoerenza regna sovrana, ma a questa retorica noi italiani siamo orami abituati da tempo.

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