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Sud Sudan e la guerra del petrolio

Scritto da Chiara Pane il 25.04.2012

Sud Sudan, mappaIn Sud Sudan l’indipendenza non porta pace, anzi, l’oro nero causa una guerra con il vecchio nemico di sempre, il Nord Sudan da cui si è staccato. Il referendum – votato nel gennaio 2011 – che decretò la secessione della parte meridionale del vecchio Sudan e la conseguente formazione del nuovo stato, proclamata nel luglio del 2011, non ha risolto le antiche controversie per la gestione dei proventi del petrolio.

La zona più calda è quella di confine, proprio perché ricca di petrolio. Lo scorso 10 aprile l’esercito di liberazione del Sud Sudan, protagonista della lunga e sanguinosa guerra fra i due territori, ha occupato il centro petrolifero di Heglig, situato al confine fra i due Stati. Dopo dieci giorni circa, anche a causa della pressione della comunità internazionale, che sin dall’inizio ha fermamente condannato l’azione, i soldati sud sudanesi hanno allentato la presa e si sono ritirati. Mentre arretravano, però, sarebbero stati attaccati dai militari delle forze sudanesi.

A commentare la situazione è stato l’arcivescovo di Juba, Paulino Lukudu Loro, secondo il quale “il popolo del Sud Sudan non vuole la guerra”. L’arcivescovo, come riferisce l’agenzia Asca, ha parlato di “conflitto economico per il controllo del petrolio”. Inoltre, ha precisato: “quello che ha deluso i sud sudanesi è l’atteggiamento dell’Onu, dell’Unione Africana e di diversi Paesi occidentali sulla questione di Heglig”, aggiungendo: “A mio avviso, questi organismi hanno fatto delle dichiarazioni premature, senza conoscere la realtà sul terreno.” L’arcivescovo ha, infine, sottolineato che bisognerebbe innanzitutto risolvere la questione dei confini.

Negli ultimi giorni c’è stata una escalation di violenze proprio nelle zone di confine, che ha fatto mobilitare anche la comunità internazionale, interessata alla preziosa risorsa del Paese. Questa mattina l’Ansa riporta i numeri dei morti e dei feriti degli ultimi bombardamenti aerei sudanesi sullo stato di Unity nel Sud Sudan. Si tratta di 16 morti e 34 feriti. A riferirlo è stata l’ambasciatrice americana all’Onu, Susan Rice, durante una riunione del Consiglio di Sicurezza. La Rice ha citato come fonte il bilancio fornito dalla missione Onu in Sudan. I bombardamenti condotti specialmente contro i centri petroliferi di Panakwach, Lalop e Teshwin, hanno causato anche seri danni alle infrastrutture degli impianti petroliferi. La Rice ha, inoltre, riferito che il Consiglio di Sicurezza chiede “lo stop immediato dei bombardamenti da parte di Khartoum e il ritorno dei due Paesi al tavolo dei negoziati”.

Fra le situazioni irrisolte figura non solo la demarcazione ufficiale dei confini territoriali, già di per se assai complicata perché proprio le zone di frontiera sono quelle più ricche di petrolio, ma anche la gestione delle risorse del petrolio. Difatti, sebbene il Sud Sudan dispone della maggior parte dei giacimenti di petrolio, deve necessariamente affidarsi al Sudan per la lavorazione e lo stoccaggio del greggio, poiché non possiede le infrastrutture adatte. Per di più il Sud Sudan è privo di sbocchi al mare, dunque anche per la vendita del petrolio deve collaborare con il governo di Khartoum.

Una delle soluzioni prospettate, come già annunciato in occasione della proclamazione dell’ indipendenza, prevedeva che il governo di Juba vendesse a Khartoum il suo petrolio con uno sconto del 10% per almeno tre anni, pagando nel frattempo l’utilizzo delle infrastrutture. Ma pare che tale accordo non sia mai stato raggiunto. Infatti, il Sud Sudan vorrebbe pagare a Khartoum una semplice commissione di transito pari a 3 dollari al barile, ma il Sudan chiede anche un rimorso per le spese di trattamento nelle sue raffinerie, dunque il prezzo salirebbe ad almeno 36 dollari.

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