
Neurone osservato al microscopio ottico Foto Fanny Castets
Da oggi presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’istituto Nazionale Regina Elena (IRE) comincia una sperimentazione che potrebbe dare una nuova speranza ai pazienti affetti da Malattia di Parkinson che non rispondono più al trattamento farmacologico: si tratta della Stimolazione Cerebrale Profonda.
In Italia i malati di Parkinson sono oltre 200.000 per la maggior parte oltre i 60 anni.
Si tratta della degnerazione di alcuni neuroni deputati a rilasciare la dopamina con una conseguente disfunzione dei circuiti motori. Ad oggi non esiste una cura preventiva e le cause sono in larga misura ignote.
Il prof. Carmine Carapella, Neurochirurgo del Regina Elena, in collaborazione con il dott. Carlo Colosimo, neurologo dell’Università La Sapienza hanno effettuato I primi impianti di un pacemaker collegato ad elettrodi cerebrali profondi.
“Il primo intervento in assoluto – ci ricorda il prof. Carapella, responsabile della Sezione di Neurochirurgia Stereotassica presso il Dipartimento di Neuroscienze IRE- è stato realizzato dal Professor Benabid a Grénoble in Francia oltre 20 anni fa. Da allora molti centri neurochirurgici in Europa e nel resto del mondo hanno adottato questa procedura. In Italia, e in particolar modo nel Centro-sud, non sono ancora molti i Centri in grado di proporre la stimolazione cerebrale profonda come opzione terapeutica e di fornire ai pazienti tutte le valutazioni necessarie nelle fasi pre e post-chirurgiche (cliniche, neuropsicologiche, di imaging). I risultati ottenuti negli oltre 80.000 pazienti trattati in tutto il mondo ci confermano che la stimolazione cerebrale profonda è un trattamento efficace, sempre se gestito da un’equipe qualificata di neurochirurghi e neurologi.”
La metodica consiste nell’impianto intracerebrale in una piccola area del talamo o dei gangli della base di un elettrodo stimolante collegato ad un pacemaker. Lo stimolo elettrico indotto in una zona del cervello che funge da relais su alcuni circuiti del movimento aiuta a controllare i sintomi della malattia e consente di ridurre l’uso dei farmaci specie quando responsabili di effetti poco desiderabili (disturbo dei movimenti volontari, turbe del comportamento).
Ma come funziona la stimolazione profonda? Il ‘cuore’ dell’apparecchio è il neurostimolatore, un piccolo dispositivo in titanio, simile ad un pacemaker cardiaco, che contiene la batteria ed un microprocessore; impiantato al di sotto della cute del torace produce gli impulsi elettrici necessari per la stimolazione. La terapia è reversibile, infatti è possibile interrompere la stimolazione o rimuovere completamente il dispositivo, in qualsiasi momento. Per la riuscita ottimale dell’impianto è fondamentale un’accurata selezione dei pazienti, unitamente ad una valida integrazione tra neurochirurghi, neurologi e neuropsicologi.
I pazienti che possono eseguire questo tipo d’intervento rappresentano fino al 10% di chi soffre di Parkinson. L’impianto è particolarmente indicato nei soggetti in cui la terapia farmacologica, a distanza di anni, non riesce più a gestire instabilità motorie o discinesie gravi.
I risultati, valutati a distanza dall’impianto del neurostimolatore, evidenziano come si possa ottenere un significativo miglioramento sia della qualità di vita che delle funzioni motorie (tremore, rigidità, discinesie), con una riduzione delle dosi di terapia farmacologica dell’ordine del 50 % in media.