I governanti delle città-stato dei Maya – ritenuti monarchi assoluti, padroni di ogni decisione, ad un certo punto della loro storia, furono indotti a ricorrere all’aiuto di funzionari di corte per la loro attività politica, particolarmente quando la loro società cominciò a sgretolarsi.
Una ricerca dell’Università di Cincinnati ha cercato di gettar luce sui motivi che spinsero i sovrani a ricorrere a questo nuovo metodo di amministrazione della cosa pubblica, rinunciando, almeno in parte, alle prerogative dispotiche della loro carica.
L’antropologa Sarah E. Jackson riporta l’esito del suo lavoro nel saggio “La politica della Corte Maya; Gerarchia e variazioni nel periodo tardo-classico”, pubblicato nel maggio scorso dalla University of Oklahoma Press.
L’opera, identificando incarichi e posizioni dei funzionari di corte e dipingendo alcune figure di detentori del potere, rappresenta di fatto la prima ricerca del genere.

Esempi di monumenti con incisioni e geroglifici studiati dalla ricercatrice Sarah Jackson, della Cincinnati University (foto: Cincinnati University)
Esempi di monumenti con incisioni e geroglifici studiati dalla ricercatrice Sarah Jackson, della Cincinnati University (foto: Cincinnati University)
“Per molto tempo negli studi sui Maya è stato dato rilievo alla figura del sovrano, dell’Ajaw k’uhul o “santo signore”, che deteneva – da solo – l’assoluto potere politico e religioso”, afferma Jackson. “Nel periodo tardo-classico (600-900 d.C.) questa figura esisteva ancora, ma nella governance trovarono posto altri personaggi”.
Più di un millennio fa, nel territorio attualmente ripartito tra Messico meridionale e America centrale, l’antica civiltà Maya scivolò rapidamente verso la rovina. Cosa abbia spinto verso il tracollo, rimane ancora un mistero. Nella sua ricerca, Jackson ha trovato che le alte gerarchie Maya avvertirono questa incertezza culturale e si rivolsero sia al cielo che alla propria corte.
I sovrani Maya credevano di avere un canale diretto con gli dei; ma intanto – più praticamente – ristrutturavano la èlite di corte.
Decifrando i geroglifici, le incisioni sui monumenti in pietra e i dipinti delle ceramiche, Jackson ha fornito dettagli finora sconosciuti sulla gerarchia politica del governo Maya, in particolare sull’aumento del potere della corte reale nei secoli finali dell’Impero.
I tribunali risultarono composti da combinazioni concordate fra le cinque caste privilegiate.
Il governo delle città-stato era probabilmente diventato più flessibile o più debole e le corti si avvalsero di decisioni maturate nell’ambito di questi accordi.
Con questa maggiore fluidità del governo, la corte consolidò la sua importanza istituzionale.
I cortigiani vennero sottoposti a riti di passaggio simili a quelli regali, e questo fa ritenere che i titoli conferiti non fossero solo onorifici, ma investiture di vero e proprio governo.
“Tuttavia, l’istituzione flessibile costituì una miglioria, perché consentì ai sistemi politici di rispondere a circostanze diverse, con il coinvolgimento sempre più allargato degli altri cortigiani nelle decisione del sovrano, specialmente nel momento in cui il potere regale stava sempre più sgretolandosi”, assicura Jackson.
Con la politica, anche per i Maya, i cortigiani godevano di privilegi e addirittura certi membri della corte erano talmente indipendenti che avevano la facoltà (e il potere) di sostenere un ex-governatore anche dopo l’ingresso a corte di uno nuovo.
La Jackson riferisce di un cortigiano diventato tanto indipendente da rifiutarsi di seguire ciecamente il sovrano nella sua fede verso una divinità, evidentemente da lui non condivisa .
A Yaxchilan, ad esempio, ci fu un caso particolare di un interregno di 10 anni, durante il quale, proprio come in un conclave papale, in assenza di un re da eleggere, ressero il governo i membri stessi della corte.
Altro esempio di governance della fine del periodo classico è il caso di Chichén Itzà, dove non governò un singolo individuo o una singola dinastia, bensì un consiglio composto dai membri delle famiglie più potenti.