I fulmini arrivano al nostro Pianeta 50 volte al secondo. Insieme a queste scariche elettriche forti si producono anche onde elettromagnetiche intorno alla Terra, creando impulsi tra la superficie e sotto la ionosfera, cioè circa 96.5 chilometri sopra l’atmosfera.
Queste impronte elettromagnetiche che sono conosciute come Risonanza di Schumann erano state osservate solo dalla superficie della Terra fino allo scorso anno, ma nel 2011 gli scienziati hanno scoperto che possono essere rilevate usando il Vector Electric Field Instrument (VEFI) della Nasa a bordo del Satellite C/NOFS dell’Aviazione Militare degli Stati Uniti.
Ora, in una ricerca il cui risultato è stato pubblicato nell’ultimo numero di The Astrophysical Journal, i ricercatori hanno descritto come questa nuova tecnica potrebbe aiutare a studiare gli altri pianeti del Sistema Solare ed a chiarire come si è formato il nostro Sistema Solare.
“La frequenza della Risonanza di Schumann non dipende solo dalla dimensione del pianeta, ma anche dal tipo di atomi e molecole che esistono nella sua atmosfera, perché questi cambiano la conduttività elettronica.” dichiara Fernando Simoes, scienziato del centro spaziale Goddard della Nasa a Greenbelt e primo autore della ricerca, “quindi noi possiamo utilizzare questa tecnica a circa 966 chilometri sopra la superficie del pianeta e così possiamo scoprire quanto volume di acqua, ammoniaca e metano son presenti.”
Acqua, metano e ammoniaca collettivamente sono conosciuti come “volatili” e la loro quantità è differente sui diversi pianeti: per questo potrebbe dare indizi su come si sono formati i pianeti.
Determinare la composizione dell’atmosfera di un pianeta potrebbe essere fatto anche con l’uso delle altre tecniche che sono perfettamente accurate, ma possono solo misurare le regioni specifiche.
Simoes e i suoi colleghi ritengono che combinando questi metodi con gli altri strumenti su un veicolo spaziale che potrebbe andaere su un pianeta potrebbe raccogliere informazioni accurate sull’atmosfera del pianeta stesso.
“Se riusciamo ad identificare meglio l’abbondanza di questi tipi di atomi nei pianeti esterni potremo conoscere meglio la loro abbondanza nella nebulosa originale da cui si è sviluppato il Sistema Solare.” spiega Simoes.