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Allarme biodiversità: le aree protette non sono sufficienti

Scritto da Federica di Leonardo il 29.07.2011
Biodiversità in Amazzonia - fonte Wikipedia

Biodiversità in Amazzonia - fonte Wikipedia

Secondo un studio condotto dall’ Università delle Hawaii a Manoa, il problema della perdita di biodiversità sarebbe sottostimato in quanto la capacità delle aree protette di risolvere il problema è stata sovrastimata.

Continuare a fare affidamento sulla strategia di mettere al sicuro territori terrestri e marini  come “aree protette” non è sufficiente per arginare la perdita di biodiversità a livello mondiale, in base ad una valutazione globale pubblicata oggi nella rivista Marine Ecology Progress.

Nonostante la crescita incredibilmente rapida dl territori ed aree marine protette in tutto il mondo, oggi un totale di oltre 100.000 in numero e di 17 milioni di chilometri quadrati di terra e 2 milioni di chilometri quadrati di mari, la biodiversità è in forte declino.

Uno dei nodi è che la crescita della popolazione umana e i livelli di consumo relativi alle esigenze umane si imporranno sulle risorse ecologiche del pianeta accelerando la perdita di biodiversità.

Le esigenze umane attuali e quelle  future accentueranno ancora di più il problema di un’efficace politica delle aree protette, mentre l’effettiva conservazione della biodiversità richiede nuove strategie che affrontino le cause alla base della perdita di biodiversità, tra cui la crescita della popolazione e il consumo di risorse.

Dice l’autore Camilo Mora dell’Università delle Hawaii a Manoa: “La biodiversità è il sistema di supporto vitale dell’umanità, fornendo tutto, dal cibo, all’acqua potabile all’aria, allo svago e al turismo, ai nuovi prodotti chimici  che guidano la nostra civiltà avanzata. Eppure vi è una  ben documentata tendenza globale alla perdita di biodiversità, innescata da una serie di attività umane. ”

“La perdita di biodiversità in corso e le sue conseguenze per il benessere dell’umanità sono di grande preoccupazione e hanno spinto ad espandere l’uso delle aree protette come  rimedio,” dice l’autore Peter F. Sale, vicedirettore della United Nations University .”Mentre molte aree protette hanno contribuito a preservare alcune specie a livello locale, la promozione di questa strategia come una soluzione globale per la perdita di biodiversità e la promozione della protezione  degli habitat, sono stati attuati senza un’adeguata valutazione della loro potenziale efficacia nel raggiungimento dell’obiettivo . ”

Mora e Sale avvertono che a lungo termine il fallimento della strategia delle aree protette potrebbe indebolire il sostegno pubblico e politico alla conservazione della biodiversità e che la distribuzione sproporzionata delle risorse disponibili e del capitale umano in questa strategia preclude allo sviluppo di approcci più efficaci.

Gli autori hanno basato il loro studio sulla letteratura esistente e sui dati globali sulle minacce umane e la perdita di biodiversità.

“La rete globale di aree protette è un risultato importante, e il ritmo con cui è stata creata è impressionante”, ha detto Sale. “Le aree protette sono uno strumento di conservazione molto utile, ma purtroppo, il tasso rapido di perdita di biodiversità segnala la necessità di rivalutare la nostra forte dipendenza da questa strategia.”

Lo studio continua  affermando che la strategia di appoggiarsi in maniera forte alle aree protette ha cinque principali limitazioni tecniche e pratiche:

* La crescita in termini di copertura delle aree protette è troppo lenta

Mentre oltre 100.000 aree sono protette in tutto il mondo, l’applicazione rigorosa delle leggi per la conservazione si verifica solo per il 5,8% degli habitat terrestri e per lo 0,08% di quelli degli ooceani. Al ritmo attuale, ci vorranno  185 anni nel caso della terra e 80 anni per gli oceani per coprire il 30% degli ecosistemi del mondo con le aree protette – un obiettivo minimo ampiamente riconosciuto perchè la conservazione della biodiversità sia efficace.

Questa lentezza in netto contrasto con la rapida crescita delle minacce, tra cui il cambiamento climatico, la perdita di habitat e lo sfruttamento delle risorse, causerà l’estinzione di molte specie, anche prima del 2050.

* La dimensione e la connettività delle aree protette non sono sufficienti

Per garantire la sopravvivenza delle specie le aree protette devono essere sufficientemente ampie per sostenere popolazioni vitali di fronte alla mortalità inevitabile causata dallo sconfinamento di alcuni degli individui dai loro confini, e le aree devono essere abbastanza vicine perchè avvenga un sano scambio di individui tra le popolazioni protette. Globalmente, tuttavia, oltre il 30% delle aree protette in mare, e il 60% a terra sono più piccole di 1 chilometro quadrato – troppo piccole per molte specie . E tendono ad essere troppo distanti per permettere un sufficiente ricambio tra le popolazioni per la maggior parte delle specie.

* Le aree possono solo migliorare l’impatto con l’antropizzazione, ma non risolverlo

La perdita di biodiversità è innescata da una serie di fattori di stress causati dagli umani, compresa la perdita di habitat, il sovrasfruttamento, il cambiamento climatico, l’inquinamento e le specie invasive. Eppure le aree protette sono utili soprattutto contro lo sfruttamento eccessivo e la perdita di habitat. Poiché i fattori di stress rimanenti sono altrettanto deleteri, la biodiversità può essere destinata a diminuire come ha fatto fino ad ora. Lo studio dimostra che circa l’83% delle aree protette sul mare e il 95% delle aree protette a terra sono situate in aree che continuano ad avere un alto impatto causato da molteplici fattori di stress umano.

* Mancanza di fondi

Il costo mondiale per le aree protette oggi è stimato in 6 miliardi di dollari all’anno e molte non sono sufficientemente finanziate per una gestione efficace. Gestire efficacemente le aree protette esistenti richiede una cifra stimata di 24 miliardi all’anno – quattro volte le spese correnti. Nonostante la forte difesa delle aree protette, la crescita del bilancio è stata lenta e sembra improbabile che sarà possibile raccogliere fondi adeguati per una gestione efficace e per la creazione di ulteriori aree protette.

* Conflitti con lo sviluppo umano

L’ impronta umana sulla Terra è in continua espansione  dovendo soddisfare le esigenze di base come alloggio e il cibo per una popolazione in continua crescita. Se è stato possibile mettere il 30% degli habitat del mondo sotto  protezione, saranno inevitabili intensi conflitti con i concorrenti interessi umani: molte persone sarebbero sfollate e le condizioni di vita compromessa. Se si forza un conflitto tra sviluppo umano e biodiversità è improbabile che si possa giungere ad una soluzione che preservi la biodiversità.

Conclude il dottor Mora:. “Dato il notevole sforzo e l’ampio sostegno alla creazione di aree protette nel corso degli ultimi 30 anni, siamo stati sorpresi di trovare così tante prove della loro incapacità di affrontare efficacemente il problema globale della perdita di biodiversità. Chiaramente, il problema della biodiversità  è stato sottovalutato e la capacità delle aree protette per risolvere questo problema sopravvalutato. ”

Gli autori sottolineano le correlazioni tra la crescita della popolazione mondiale, il consumo di risorse naturali e la perdita di biodiversità che suggeriscono che il problema della perdita della biodiversità non può essere risolto senza affrontare direttamente il problema dell’impronta ecologica dell’umanità. Sulla base di ricerche precedenti, lo studio dimostra che nelle condizioni attuali di consumo e con l’attuale scenario di crescita della popolazione umana, l’uso cumulativo delle risorse naturali dell’umanità sarà pari a 27 volte la produttività della Terra entro il 2050.

“Le aree protette sono uno strumento prezioso nella lotta per preservare la biodiversità. Abbiamo bisogno che siano ben gestite, che aumentino di numero, ma da sole non possono risolvere i nostri problemi sulla biodiversità”, aggiunge il dottor Mora. “Abbiamo bisogno di riconoscere questa limitazione tempestivamente e di destinare più tempo e fatica per la questione complessa della sovrappopolazione umana e del consumo”.

“Il nostro studio dimostra che la comunità internazionale si trova di fronte ad una scelta tra due percorsi,” ha detto Sale. “Una possibilità è quella di continuare un approccio eccessivamente incentrato sulla creazione di aree protette con scarse prove che limitino la perdita di biodiversità. Questo percorso non porterà a dei risultati. L’altro percorso richiede che ci impegniamo seriamente ad affrontare la crescita in termini di dimensioni e tasso di consumo della nostra popolazione globale. “

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