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A chi interessa il corno d’Africa?

Scritto da Ambrogio Ercoli il 01.02.2012

Somalia, la crisi umanitaria si aggravaMentre migliaia di profughi di Somalia, Etiopia ed Eritrea si spostano verso zone in cui la siccità non uccide, mentre l’ONU lancia l’allarme per dodici milioni di persone a rischio di grave denutrizione, mentre non si riescono a trovare abbastanza soldi per far fronte alla crisi, paesi ed investitori stranieri arrivano in questa parte di mondo e, come avvoltoi, si impossessano delle terre che altri abbandonano.

Perché? Il mondo si chiede, senza fare molto, cosa fare di questa parte di Africa, da sempre arida e vittima di scontri tribali, dai mari infestati di pirati come a metà del millesettecento e deserti dove regna una guerra civile di cui non si ricorda l’inizio. In questo contesto, arrivano gli stranieri, cinesi e sauditi in testa, a fare man bassa di quanto lasciato dai locali, a impossessarsi delle terre migliori e lì impiantare aziende e lavoratori della madre patria; sembra un paradosso, ma qui ha sede uno dei maggiori esportatori di rose recise del mondo. Anche i giornalisti cinesi si chiedono, in un reportage sul centr’Africa, se non sia il caso di chiamare questo sistema di investimenti col termine di neocolonialismo. Solo che le facce sui trattori che arano la terra non sono nere, ma con gli occhi a mandorla.

Ovviamente i neocolonizzatori lasciano il deserto alle dispute tribali e si concentrano nelle poche zone fertili del corno d’Africa, aiutati da un lato dalla debolezza delle popolazioni locali e, dall’altro, dall’interesse del governo centrale. In particolare, in Etiopia, il governo ci guadagna due volte: una volta con le concessioni dei terreni e relative tangenti che in un regime africano sono sempre da mettere in conto; l’altra con lo sfollamento degli antagonisti del regime.

Capita infatti che la regione di Gambela, all’estremo ovest dell’Etiopia, al confine con il Sud Sudan, sia una delle regioni più ricche sia da un punto di vista agricolo che da quello delle risorse del sottosuolo, per cui fa gola sia ai cinesi, sempre alla ricerca di terreni per sfamare una popolazione che supera 1,4 miliardi di persone, che ai sauditi che vedono avvicinarsi il momento in cui i loro pozzi petroliferi si asciugheranno. Gli abitanti, gli anuaks, da sempre vivono in queste terre senza una vera organizzazione sociale che va oltre il villaggio, senza ospedali e senza scuole.

Dal 1991 questa popolazione viene sistematicamente vessata dal governo centrale al punto che Genocide Watch l’ha inserita tra le etnie umane sottoposte a genocidio. Con il cambio di regime vengono promesse maggiore libertà e indipendenza e investimenti volti a garantire il progresso socio-economico della regione. Ma al pari delle altre minoranze eritree anche gli anuaks vengono da prima ignorati e successivamente colpiti dal nuovo governo. Così gli ultimi vent’anni sono stati un susseguirsi di arresti, processi sommari ed esecuzioni di oppositori al regime.

Ci sono stati trasferimenti delle popolazioni degli altopiani, gli oromo, nelle pianure degli anuaks e, una volta che questi si erano dispersi, gli oromo sono stati ricacciati sugli altopiani. Si calcola che circa un milione e mezzo di persone siano state costrette dal governo centrale a trasferirsi. Infine, storia recente, l’entrata in scena degli investitori stranieri che hanno bisogno di terre fertili e libere per impiantare le loro produzioni. Terre fertili in questa parte di mondo ce n’è in abbondanza, e si liberano in fretta: basta mandare l’esercito che trova sulla sua strada solo contadini mal organizzati e pastori.

Il governo nega fermamente che ci siano delle persone in quelle terre, al limite qualche nomade che comunque è ben contento di essere trasferito in città, dove almeno ha un ospedale vicino. Gli sfollati, oltre a piangere i parenti picchiati a morte perché non volevano lasciare la terra dove hanno sempre vissuto, lamentano che sono rimasti senza nulla: casa, campi, bestiame e, degli ospedali e scuole promesse, nemmeno l’ombra.

Ma questa è solo una piccola storia di un piccolo fazzoletto di terra di una delle regioni più aride del pianeta. Chissà cosa sta capitando nelle regioni veramente fertili dell’Africa? E in quelle ricche di petrolio?

Per approfondire:
http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-16590416
http://www.bbc.co.uk/news/science-environment-12249909
http://news.bbc.co.uk/2/hi/africa/7764937.stm
http://www.bbc.co.uk/news/business-13567059
http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-13688683
http://www.aljazeera.com/programmes/faultlines/2011/11/201111271473753430.html
http://www.gambelatoday.com/_blog/Headlines/post/Karuturi_Global_Denies_its_Crimes_in_Gambella/

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  • giovanni scrive:

    Addis Abeba è la capitale dell’Etiopia!!!!
    Quella eritrea è ASMARA!!!

  • gian paolo scrive:

    Occorre non fare confusione tra l’Etiopia , direttamente coinvolta nel ‘traffico’ di terra con capitale ADDIS ABEBA, e l’Eritrea , stato autonomo dal 1991, con capitale Asmara che ha ben altri problemi