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Artrite reumatoide in crescita tra le donne

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 23.06.2010

Uno studio suggerisce che fattori ambientali possano essere la causa dell’aumento
L’incidenza delle artriti reumatoidi (RA) tra le donne è aumentata durante il periodo dal 1995 al 2007, secondo un nuovo studio pubblicato dai ricercatori della Mayo Clinic. Questo aumento di RA segue un periodo di 40 anni di declino e gli autori dello studio hanno avanzato ipotesi su fattori ambientali come il fumo di sigaretta, la carenza di vitamina D e dosi minime di estrogeni sintetici nei contraccettivi orali come possibili cause. I dettagli dello studio, che includono più di 50 anni di epidemiologia sull’artrite reumatoide, sono stati pubblicati sul numero di giugno di Arthritis & Rheumatism, una rivista edita da Wiley-Blackwell per conto dell’American College of Rheumatology.

L’Artrite Reumatoide oggi colpisce nel mondo circa 10 milioni di persone. In Italia sono circa 300.000 le persone che ne sono affette, mentre ne soffrono tra 1 e 2 milioni di americani.

L’artrite reumatoide è un’infiammazione cronica che colpisce le giunture e che provoca inabilità a svolgere le normali attività quotidiane, un aumento di sensibilità ad altre patologie e una minore aspettativa di vita. Oltre metà di tutti i pazienti affetti dalla RA diventano inabili a lavorare entro 10-20 anni dai primi sintomi e coloro che presentano i sintomi della malattia hanno un rischio di mortalità più alto del 60-70% rispetto alla media della popolazione. Inoltre, studi precedenti mostrano  che le cure dirette costano negli Stati Uniti (il paese a cui la ricerca fa riferimento) 9 miliardi di dollari e i costi indiretti stimati sono pari a 39 miliardi l’anno.

Il corrente studio è stato guidato da Sherine Gabriel su ricerche precedenti (1955-1994) della Mayo Clinic. I ricercatori hanno analizzato le cartelle mediche di 1.761 residenti nella contea di Olmsted, Minnesota dai 18 anni, a cui è stata diagnosticata la RA (escludendo artriti degenerative o dovute all’osteoporosi). Grazie all’analisi è emerso che l’età media dei pazienti era di 55.6 anni, con il 69% di donne.

“Abbiamo osservato un modesto incremento dell’incidenza sulle donne durante il periodo analizzato, che segue un lungo declino nelle precedenti 4 decadi”, ha detto Gabriel. I risultati mostrano che l’incidenza della RA nelle donne è aumentato del 2,5% per anno dal 1995 al 2007, mentre una diminuzione dello 0,5% è stata notata negli uomini. I ricercatori non hanno notato nessun aumento sproporzionato di malati in relazione all’età. “Come previsto, abbiamo trovato un aumento complessivo delle diagnosi di RA dallo 0,62% nel 1995 allo 0,72% del 2005.”

Studi precedenti avevano chiaramente dimostrato che il fumo di sigaretta è associato con un alto rischio di sviluppo di una RA in entrambi i sessi. Mentre la percentuale di fumatori negli USA diminuisce, il calo è molto meno accentuato nelle donne rispetto agli uomini. I ricercatori tendono quindi ad attribuire, anche se in parte, questa differenza all’andamento delle artriti. Inoltre, si sospetta che l’aumentata assunzione di estrogeni per via orale possa essere un altro fattore che diminuisce la protezione fisiologica contro la RA. Infine, molti studi hanno dimostrato che una mancanza di vitamina D è associata all’insorgere dell’artrite reumatoide e che nel recente passato si è assistito ad una minore assunzione di vitamina D nella dieta, soprattutto nelle donne (ricordiamo che lo studio è riferito agli Stati Uniti, ndr.).

In un editoriale pubblicato sempre su Arthritis & Rheumatism, il dottor Ted Mikuls delkl’Università del Nebraska ha detto che  “smettere di fumare, un’aumentata attività fisica e un aumento della vitamina D nella dieta sono assolutamente da indicare ai pazienti; inoltre,  tali raccomandazioni andrebbero prese sul serio quando si stilano piani di salute pubblica governativi”.

Gabriel conclude dicendo che  “le ragioni per l’aumento di incidenza che abbiamo trovato sono sconosciute, ma fattori ambientali probabilmente giocano un ruolo chiave e andranno ulteriormente esplorati.”

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  • Michele scrive:

    Un recentissimo articolo scritto da ricercatori dell’Università di Sheffield (UK) suggerisce che vi sia una relazione inversa e relativa alle quantità, tra il rischio di contrarre e la gravità della malattia e il consumo di alcol.
    I consumatori abituali (almeno 10 giorni al mese) avrebbero un rischio minore di ammalarsi, se già ammalati una minor progressione della malattia e un dolore inferiore rispetto ai non bevitori.