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Antichi batteri della peste in una pulce fossile

Scritto da Leonardo Debbia il 15.10.2015

Circa 20 milioni di anni fa una pulce venne inglobata in una goccia d’ambra, insieme a piccoli batteri. Ora, i ricercatori ritengono che potrebbe trattarsi della più antica prova della presenza sulla Terra di un temuto assassino, compatibile con Yersinia pestis, il microbo di un antico ceppo della peste bubbonica, origine delle epidemie che sconvolsero l’Europa nel Trecento.

Se davvero la scoperta trovasse conferma, potrebbe dimostrare che questa piaga , che ha ucciso più di metà della popolazione europea nel 14° secolo, in realtà era stata presente sulla Terra per milioni di anni, precedendo la comparsa degli esseri umani.

I risultati emersi da questa straordinaria ambra fossile sono stati pubblicati sul Journal of Mediacal Entomology da George Poinar Jr, ricercatore di Entomologia presso la Facoltà di Scienze della Oregon State University, nonché uno dei maggiori esperti di forme di vita animale e vegetale trovate conservate nell’ambra.

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Una pulce inglobata nell’ambra di 20 milioni di anni fa, potrebbe costituire la prova di un ceppo ancestrale di peste bubbonica (Crediti: George Poinar Jr, per gentile concessione della Oregon State University)

Gli scienziati affermano che non si può determinare con certezza che questi batteri, collegati alla proboscide di una pulce in una goccia essiccata e compattata nel suo retto, siano collegati a

Yersinia pestis. Tuttavia, le loro dimensioni, la forma e le caratteristiche sono coerenti con le moderne forme di questo batterio.

Si tratta di un coccobacillus; le sue forme, intermedie tra sfera e bastoncello, e la somiglianza con Yersinia pestis lasciano pochi dubbi: solo il batterio della peste ha queste caratteristiche.

Questi risultati sono in conflitto con i moderni studi genomici, che indicano che il ciclo delle pulci come contagio nei vertebrati si è evoluto solo negli ultimi 20mila anni, piuttosto che in 20 milioni.

Pur tuttavia, oggi esistono diversi ceppi di Yersinia pestis e ci sono prove che i focolai del passato di questa malattia sono stati causati da ceppi ancora diversi, alcuni dei quali oggi estinti.

Le modalità di trasmissione della peste si riflettono anche in questo fossile.

Quando una pulce si nutre di un animale infettato, il batterio Yersinia pestis assimilato con il sangue spesso forma una massa viscosa nel proventricolo della pulce, tra lo stomaco e l’esofago.

Quando questo accade, le pulci non possono succhiare sangue a sufficienza e, nel tentativo di alimentarsi di nuovo, i batteri vengono spesso rigurgitati nella ferita della puntura attraverso la proboscide.

Questo ostacolo è in parte ciò che li rende efficaci vettori della peste e le goccioline essiccate sulla proboscide delle pulci fossili potrebbero rappresentare un campione della massa batterica appiccicosa che è stata rigurgitata.

“Se questo fosse realmente un antico ceppo di Yersinia, sarebbe straordinario!”, dichiara Poisar. “Potremmo affermare a giusto titolo che la malattia è antica, essendo comparsa prima degli esseri umani. Al tempo stesso, potremmo anche ritenere che questo morbo sia stato una concausa nelle estinzioni di faune. Insomma, avrebbe rivestito un ruolo ben più importante di quanto si fosse finora potuto immaginare”.

La pulce fossile è stata rinvenuta in una zona di miniere d’ambra nella repubblica Dominicana, un’area che milioni di anni fa era coperta da una foresta umida tropicale.

Pochissime pulci sono state rinvenute nell’ambra fossile e nessuna con associati microrganismi come questi. L’esemplare possiede poi caratteristiche morfologiche uniche che indicano una specie estinta da molto tempo.

Ma i batteri associati all’insetto è quello che più affascina i ricercatori.

Poinar apre uno scenario nuovo e inquietante.

La pulce potrebbe aver succhiato il sangue da un animale infetto, forse un roditore, uno dei tanti che popolavano le foreste d’ambra domenicana. Gli insetti potrebbero aver giocato un ruolo importante anche nell’Era dei dinosauri, veicolando sangue infetto e diffondendo i batteri tra gli animali più grandi, mammiferi e rettili. In buona sostanza, avrebbero potuto così essere stati una concausa dell’estinzione dei grandi rettili, secondo Poinar.

Nel 2008, assieme alla moglie, Poinar aveva già resa nota la sua ipotesi in un libro.

Gli insetti erano considerati come una componente probabile, assieme a fattori biotici e abiotici, quali cambiamento climatico, impatto di asteroidi ed eruzioni vulcaniche, nella estinzione dei dinosauri.

Si tenga presente che alcune malattie moderne (leishmaniosi e malaria) erano già comparse in quei tempi remoti.

La peste bubbonica in tempi moderni può ancora infettare e uccidere una vasta gamma di animali, oltre agli esseri umani. E’ ancora endemica in molti paesi, compresi gli Stati Uniti, dove è stata riscontrata tra i cani della prateria e altri animali.

Anche se al giorno d’oggi è curabile con antibiotici, solo quest’anno, negli Stati Uniti, sono morte di peste quattro persone.

Durante il Medio Evo, comunque, tre fasi della malattia – peste bubbonica, setticemica e polmonare – si guadagnarono una temutissima reputazione. Ondate periodiche di quella che fu chiamata ‘Morte Nera’, per le condizioni raccapriccianti in cui lasciava le vittime, colpirono Europa e Asia, uccidendo complessivamente un numero di persone oscillante tra 75 e 200 milioni.

Gli studiosi affermano che i cambiamenti religiosi, sociali ed economici causati dalla peste abbiano alterato il corso della storia del mondo.

 

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