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Una alterazione della dopamina alla base dell’obesità

Scritto da Leonardo Debbia il 17.09.2014

Stando ai dati diffusi dall’Organizzazione mondiale della Sanità, attualmente il problema dell’obesità affliggerebbe più di 500 milioni di persone, esponendole a seri rischi di patologie estremamente invalidanti, quali ictus e diabete.

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Le aree colorate in arancione indicano regioni del cervello dove l’attività della dopamina è collegata all’obesità. Nelle aree in blu  la correlazione è, invece, negativa (crediti: Juen Guo, Kyle Simmons, NIH)

La scienza sta indagando in molte direzioni e schiera sul campo un vasto stuolo di nutrizionisti, psicologi, biochimici e altri specialisti di varie discipline che possono in qualche modo essere coinvolte, cercando di individuare la causa o le cause che possano considerarsi alla base di questo disturbo, dal momento che questo sta assumendo proporzioni allarmanti anche da un punto di vista sociale.

Tra tutti gli studiosi, un gruppo di ricercatori del National Institutes of Health (NIH) negli Stati Uniti, guidati da Griffin P. Rodgers, ematologo molecolare e direttore dell’Istituto per la cura del diabete e le malattie renali (NIDDK), indica ora una strada che forse non è totalmente nuova ma che, se percorsa fino in fondo, potrebbe portare a risultati utili.

La ricerca degli studiosi coinvolti si è indirizzata sulla biochimica del cervello e con la tecnica della tomografia a emissione di positroni (PET) si è cercato di evidenziare l’azione della dopamina, il neurotrasmettitore coinvolto, tra le altre funzioni e relazioni con il cervello, nelle risposte ai segnali di ricompensa, motivazione e consolidamento delle abitudini.

L’articolo, apparso su Molecular Psychiatry, segnala che all’origine dell’obesità ci sarebbe proprio un disturbo nel rilascio di dopamina, una alterazione che porterebbe a rendere più frequente il ‘bisogno’ di cibo, inducendo contemporaneamente nell’individuo una minore gratificazione, fattori che, insieme, lo spingerebbero quindi ad ingerire una quantità di alimenti in eccesso, protratta nel tempo con risultati devastanti per l’organismo.

Lo studio che ha portato a queste conclusioni è stato condotto su 43 soggetti di ambo i sessi, con diversi valori di grasso corporeo, facendo seguire loro uno stesso programma alimentare, con regolari ritmi di sonno e attività fisica.

I partecipanti al test sono stati sottoposti alla PET per evidenziare le regioni a maggior attività metabolica e invitati alla redazione di un questionario per la valutazione della loro tendenza alla sovralimentazione.

L’analisi dei dati ha mostrato una maggiore attività nel rilascio di dopamina nella regione del cervello responsabile della formazione delle abitudini e una diminuzione nella regione preposta al meccanismo della ricompensa.

L’interpretazione dei dati che ne sono scaturiti è che le persone obese tendono ad alimentarsi molto in risposta agli stimoli della fame, ottenendo al tempo stesso una minore gratificazione dal cibo.

“Gli elementi che abbiamo ora non ci consentono di dire se l’obesità sia una causa o un effetto di queste alterazioni dell’attività della dopamina”, afferma Kevin Hall, ricercatore del NIH e autore dello studio. “Di fatto, uno stimolo come il profumo di un determinato cibo può avere un richiamo più forte su un obeso, influenzando la chimica del suo cervello e determinando una più intensa risposta rispetto ad una persona senza problemi di peso”.

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