Dopo la segnalazione da parte del Corpo Forestale dello Stato e dell’Università La Sapienza di Roma di un branco di 9 cani di grossa taglia nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo, il sindaco di Civitella Alfedena Viola Flora ha lanciato la proposta di una sinergia fra enti ( Comuni, ASL, Corpo Forestale dello Stato e Ente Parco) per affrontare il problema dei cani randagi nel Parco. Ieri il Direttore del Parco Dario Febbo e il Sindaco Viola Flora si sono consultati per decidere una data per l’incontro, ma la data non è stata ancora definita.

Foto Carlo Romano www.carloromanoart.it
Non è però la prima volta che il problema dei cani randagi nel Parco torna alla ribalta, soprattutto in relazione all’orso bruno marsicano. Sul Web sono infatti facilmente rintracciabili due casi, uno risalente al 2009 e un altro al 2010 in cui fonti ufficiali del Parco dichiarano rispettivamente che un orsetto è stato ucciso dai cani randagi e che una famiglia di orsi, mamma con tre cuccioli è stata attaccata da un branco di 12 cani randagi.
La questione quindi non è affatto nuova e, purtroppo, da allora, non sembra che molto sia cambiato.
Ma quali sono i rischi effettivi in cui incorre la fauna selvatica con la presenza di questi cani?
“I cani vaganti (mi sembra più appropriato questo termine in riferimento ai casi avvistati durante la conta delle femmine con piccoli al seguito) rappresentano una minaccia per l’orso, ed in realtà non solo per l’orso. Questo per diversi motivi”, ha spiegato il dottor Paolo Ciucci, ricercatore dell’Università La Sapienza a Gaianews.it. “Innanzitutto, i cani vaganti, specie se organizzati in gruppi più o meno permanenti sul territorio, possono causare interferenza comportamentale diretta, e quindi arrecare disturbo o distogliere l’orso dalle aree di alimentazione o di riposo.
“In secondo luogo, i cani vaganti possono inseguire e tentare di attaccare i cuccioli o i giovani di orso (come ovviamente altre specie di fauna selvatica). A differenza del lupo, del resto, un branco di cani vaganti può inseguire un orsetto per istinto, una sorta di ‘gioco’ alla predazione, anche se ciò non è necessariamente spinto da esigenze alimentari. Una bella differenza rispetto al lupo, in cui la predazione ha motivazioni essenzialmente alimentari; in questo caso, però, il Parco vanta una comunità ricca e diversificata di prede selvatiche (cervi, caprioli, cinghiali, oltre a vacche e cavalli bradi) e difatti non abbiamo mai certificato consumo di orso da parte dei lupi,” ha spiegato Ciucci.
Nel 2010 una famiglia di orso marsicano composta da mamma orsa con tre cuccioli fu aggredita fra Villalago e Scanno da 12 cani randagi. Così riporta AbruzzoWEB: “Mamma orsa ha tentato in tutti i modi di difendere i tre cuccioli passando all’attacco, ma alla fine ha dovuto desistere per coprire la fuga degli orsacchiotti esponendo se stessa all’aggressività dei cani.
“I cacciatori che impotenti hanno assistito alla scena – ha riferito il consigliere comunale di Scanno Eustachio Gentile – sono rimasti esterrefatti. Qualcuno di loro per salvare la famigliola di orsi ha anche esploso qualche colpo in aria, ma il branco non si è intimorito. Non è chiaro se qualche cucciolo sia stato ferito dai morsi”.
A questo episodio il presidente Giuseppe Rossi reagì con dure dichiarazioni riportate dal Ilcapoluogo.it:
“Non è purtroppo la prima volta che si verificano episodi di aggressione da parte di cani randagi (meglio sarebbe però parlare di cani inselvatichiti) a carico della fauna protetta del Parco. Anzi, come spesso riferiscono le guardie del Parco, non è affatto raro assistere all’inseguimento di cervi e caprioli, le due specie più aggredibili e vulnerabili perché presenti anche nei fondovalle, e di camosci anche in quota. Ma mai era accaduto che attaccassero cuccioli di orso alla presenza di mamma orsa. Qualche caso in passato ha riguardato però cuccioli isolati. Ciò indica in modo inconfutabile la elevatissima pericolosità di questi animali”.
“E’ un gravissimo problema – ha tenuto a sottolineare ancora il presidente – più volte segnalato alle autorità competenti, che comporta notevoli danni alla fauna protetta. La presenza di centinaia, forse migliaia, di cani randagi e inselvatichiti nel territorio del Parco e nelle aree circostanti, costituisce un pericolo molto concreto non soltanto per la Natura del Parco ma anche per le persone che questi territori abitano o frequentano”
“Insomma – ha sostenuto il presidente del Parco – i Comuni e le aziende sanitarie locali sono le istituzioni competenti ad occuparsi del problema e devono porre in essere ogni provvedimento opportuno per risolverlo. Anche dei più drastici, se necessario. Ovviamente, l’Ente è a completa disposizione per dare il proprio contributo con il personale veterinario, scientifico e di sorveglianza, affinchè i provvedimenti da questi adottati vengano eseguiti o fatti rispettare ove diretti a terzi, in modo da ridurre decisamente questo grave fenomeno, nell’interesse della conservazione della natura, degli uomini e degli stessi cani randagi e inselvatichiti”.
Le parole di Rossi destarono allora lo sdegno di molte associazioni animaliste per il riferimento ai “metodi più drastici”.
Ma un altro caso precedeva questo, nel 2009, riportato da Terremarsicane.it in cui l’allora Direttore del Parco Vittorio Ducoli dichiarava che un cucciolo di orso era stato ucciso da un branco di cani. “Sono stati un branco di cani randagi. Si tratta di canidi, potrebbero essere anche lupi, ma è più probabile che si tratti di cani randagi. La morte non è stata immediata, l’orso aveva dei problemi e qualcuno l’ha visto barcollare nei giorni precedenti il ritrovamento. Sono in corso altri esami, ma si può escludere l’investimento da parte di un’auto”.

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A proposito dell’evento Paolo Ciucci ha dichiarato: “Il cucciolo di orso, di circa 19 mesi d’età, era M14, un cucciolo da noi seguito già da diversi mesi tramite targhette auricolari trasmittenti e che ci avevano permesso di osservare la separazione dalla madre nel maggio del 2009, a circa un anno e mezzo d’età (come sembra essere usuale nella popolazione di orso bruno marsicano). M14 è stato ritrovato morto a settembre, a meno di 1 km da Pescasseroli, e la causa ultima di morte pare siano state ferite diffuse di natura lacero-contusa in diversi distretti corporei e probabilmente, come stimato dal veterinario del parco, inflitte da cani. Nella stessa zona era stato più volte osservato un gruppo di cani vagare ben oltre la strada ed inseguire gruppi di cinghiali”.
“L’orsetto era già fortemente debilitato, come dimostrato in sede di autopsia da una occlusione intestinale da ascaridi (parassiti) e da dosi sorprendentemente alte di Dieldrin nel fegato (un disinfettante molto tossico utilizzato in zootecnia), ed è in questo già desolante quadro clinico che si è inserito l’eventuale attacco dei cani come causa ultima di morte.
“Nel caso specifico, la morte dell’orsetto sarebbe forse sopravvenuta comunque anche senza l’attacco dei cani, ma è la dinamica osservata che ci conferma il potenziale atteggiamento dei cani nei confronti dei cuccioli di orso, specialmente nella delicata fase di distacco dalla madre”, ha concluso il ricercatore
Nel 2010 si dichiarò che 12.000 euro erano stati stanziati per una ricerca che intendeva studiare il fenomeno. Ed è a questa che Paolo Ciucci si riferisce parlando dei rischi sanitari legati ai cani.
“Un terzo ed importante motivo di preoccupazione per la presenza di cani vaganti nel territorio del parco”, spiega il ricercatore, “è legato ai rischi sanitari: da uno studio recentemente svolto nell’ambito del Progetto Life Arctos, i cani possono essere vettori di diversi agenti patogeni, di natura virale, batterica o parassitaria, in grado di contagiare l’orso e impattare negativamente sopravvivenza e riproduttività dell’orso. Dei 7 agenti patogeni individuati da questo studio come assolutamente prioritari, ben 4 sono veicolati da cani, e 3 di questi non sono soggetti a denuncia obbligatoria nè prevedono piani di eradicazione (e quindi di monitoraggio sanitario).”
Luciano Sammarone, vice questore del corpo forestale dello Stato, nel 2010 aveva già dichiarato ad AbruzzoWeb: “Il problema del randagismo canino determina tre fattori negativi per le aree protette. Il primo in ordine all’economia degli enti Parco, con danni da liquidare spesso attribuiti ai lupi e invece operati dai cani randagi, il secondo sotto un fattore culturale e sociale che continua ad alimentare dubbi sulle predazioni attribuendole ai lupi e confermandone timori ancestrali, infine, non ultimo, il problema della tutela delle specie protette come nel caso dell’aggressione alla famiglia di orsi tra Scanno e Villalago (L’Aquila)”.
Sammarone, anche dirigente della forestale e comandante del coordinamento territoriale per l’ambiente del parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, aveva già paventato, due anni fa, una proposta simile a quella avanzata dal Sindaco Flora Viola: “È necessario trovare una sinergia di intenti tra tutte le amministrazioni interessate, non dimenticando che il fenomeno del randagismo è solo e solamente attribuibile alla responsabilità umana.
“Maggiori controlli in materia di prevenzione, con il controllo delle nascite dei cani e loro immediata dotazione del microchip potrebbe essere una strategia vincente”.
“Il randagismo canino” ha concluso Ciucci “è una realtà che deve essere assolutamente eradicata e prevenuta ovunque, anche perché ne abbiamo i mezzi; figuriamoci in un parco nazionale e, in particolare, nell’unico parco nazionale che ospita l’ultima popolazione di orso bruno marsicano.”