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Catene ecologiche: come sono collegati terra e mare

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 21.05.2012

Foto: Gareth-Williams

Un gruppo di giovani scienziati ha scoperto una delle catene di interazione ecologica mai documentate nell’atollo di Palmyra.  Questa scoperta dà la misura di quanto un’azione umana, seppur circoscritta ad un piccolo ambito, abbia delle implicazioni di grande portata. Questo, a sua volta, evidenzia la necessità di costruire alleanze non tradizionali – tra scienziati marini e forestali, per esempio – per affrontare i problemi degli ecosistemi al di là dei confini politici.

L’Atollo di Palmyra è un atollo situato nell’oceano Pacifico settentrionale, compreso nella parte settentrionale dell’arcipelago delle Sporadi equatoriali.
L’isola è di proprietà dell’ente statunitense The Nature Conservancy, ma è sottoposta alla giurisdizione statunitense, ed amministrata direttamente dal Ministero degli Interni (United States Department of the Interior).

Palmyra è un posto unico sulla Terra dove gli scienziati possono confrontare gli ecosistemi che sono rimasti in gran parte intatti. Un tripudio di vita – enormi squali grigi, razze e barracuda, dentici e uccelli marini che accorrono da migliaia di chilometri di distanza a dormire nei boschi verdeggianti di questo idillio tropicale.

Lo scorso autunno, Douglas McCauley e Paul DeSalles, dell’Università di Stanford, erano a Palmyra per monitorare i movimenti delle mante nell’Oceano Pacifico. McCauley e DeSalles hanno notato che le graziose creature continuavano a tornare sulle coste di alcune isole. Nel frattempo, Hillary Young stava studiando gli effetti della coltivazione di palma sugli habitat naturali e sugli uccelli.

Durante i pasti e nelle pause i tre giovani scienziati chiacchieravano a proposito delle loro ricerche e dei risultati. “Attraverso queste conversazioni si è concretizzato ciò che stava realmente accadendo là fuori”, ha detto McCauley.

Attraverso l’analisi degli isotopi di azoto, la tracciabilità degli animali e i rilievi sul campo, i ricercatori hanno dimostrato che la sostituzione di alberi autoctoni con le palme ha portato ad una riduzione di circa cinque volte degli uccelli marini, che ha portato ad una diminuzione degli escrementi di uccelli che ha reso meno fertile il terreno sottostante. Questo a sua volta ha portato ad una minore presenza di sostanze nutritive nelle acque circostanti, a meno plancton nelle acque e minor numero di mante sulla costa.

“Questa catena è incredibilmente lunga” ha detto Rodolfo Dirzo dello Stanford Woods Institute for the Environment “Come un ecologo, mi preoccupa l’estinzione dei processi ecologici.”

Altra cosa molto importante è che queste interazioni non sono facilmente riconoscibili “Tali connessioni non lasciano alcuna traccia”, ha detto il ricercatore Fiorenza Micheli, professore associato di biologia del Woods Stanford Institute. “La loro perdita resta in gran parte inosservata, limitando la nostra comprensione e la capacità di proteggere gli ecosistemi naturali”. McCauley lo spiega in un altro modo: “Quello che stiamo facendo in alcuni ecosistemi è come scollegare pochi fili di un auto. Tutte le parti sono ancora lì – il motore resta sostanzialmente lo stesso – ma nessuno sa se l’auto partirà ancora”.

A titolo di paragone, il ricercatore Robert Dunbar, un collega dello Stanford Woods Institute , ha ricordato gli effetti a catena dell’aumento della domanda di acqua dai fiumi della California centrale. La presenza dei salmoni si ridusse notevolmente e così anche il potere fertilizzante dei fiumi. Che ora è sostituito da milioni di dollari di applicazioni di fertilizzanti artificiali. “Gli esseri umani possono spezzare a metà queste catene”, ha detto Dunbar.

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