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Perso il 22 per cento della copertura di alghe marine attorno all’Isola di Guam

Scritto da Leonardo Debbia il 10.12.2018

Mentre le temperature degli oceani vanno crescendo e gli esseri umani tendono a migrare o ad affollarsi sulle aree costiere della Terra, gli scienziati stanno sempre più tenendo d’occhio le alghe oceaniche, la cui diminuzione va facendosi sempre più preoccupante di anno in anno.

Un recente studio mette in evidenza che le praterie di alghe che si estendono attorno all’Isola di di Guam, nel Pacifico occidentale, in dieci anni hanno subìto un calo del 22 per cento.

 Enhalus acoroides


Enhalus acoroides

Il prof. Kiho Kim, docente di Scienze ambientali presso l”Università Americana di Washington DC e il ricercatore Carly K. LaRoche, suo allievo, hanno focalizzato la loro attenzione sullo stato di salute delle alghe marine di Guam, l’isola più grande e popolata delle Marianne.

I due studiosi hanno scoperto che il tipo più comune di queste alghe, conosciuto anche come Enhalus acoroides, tra il 2004 e il 2015 ha subìto una drastica diminuzione, pari al 22 per cento.

Questo calo è significativo perchè le alghe apportano all’ecosistema importanti benefici, quali la protezione del litorale, il supporto di altre specie alimentari e agiscono – processo ancor più esteso, a causa della globalità del fenomeno – come serbatoi di carbonio.

E’ stato infatti calcolato che fino al 10 per cento del carbonio organico dell’oceano ha sede nelle praterie di alghe, la maggior parte trattenuto nel terreno.

Esistono tuttavia lacune notevoli nella comprensione scientifica della funzione che riveste la copertura delle alghe e di quanto si vada veramente perdendo, in particolare nel Pacifico tropicale occidentale.

“Le immagini satellitari sono di indubbio aiuto”, concede Kim. “Ma non sono sufficienti. L’osservazione diretta resta la migliore e la più completa”.

Utilizzando comunque una combinazine di analisi satellitari, di ampie misurazioni e di accurate mappature dei fondali nelle vicinanze delle coste, gli studiosi hanno raccolto i dati necessari per formulare la loro conclusione.

E’ utile ricordare che questa specie di alghe è diffusa in tutto il sud-est asiatico, in uno stretto intervallo di profondità (che va dal mezzo metro al metro); predilige i fondali sabbiosi e fangosi, ma non manca, in Tailandia e nelle Filippine, sia nelle zone con acque chiare e tranquille che in zone con acque torbide, anche se preferisce le zone protette, come baie ed estuari.

E’, di contro, una specie sensibile ai cambiamenti climatici e di livello del mare.

Globalmente, tra il 1879 e il 2006, le praterie di alghe sono diminuite del 30 per cento; tuttavia, molte ricerche dimostrano che dal 1990 il tasso di perdita è aumentato di velocità, a causa di due fattori che hanno guidato il fenomeno di degrado nelle aree costiere: l’enorme sviluppo delle attività di dragaggio e la pessima qualità raggiunta dall’acqua.

“In confronto, le alghe di Guam, nonostante la perdita indubbia, sono andate meglio”, afferma Kim.

Questa differenza rispecchia senza dubbio la presenza di attività antropiche sull’isola, che sono sì in aumento, ma sostanzialmente sono inferiori rispetto alle aree in cui si sono verificate le altre perdite su vasta scala, come è successo negli Stati Uniti nord-orientali, nel Golfo del Messico e nel Mediterraneo.

“Al momento, non è ben chiaro se imputare a fattori naturali o umani il cambiamento nei pressi di Guam o se si tratti invece di una tendenza sul lungo termine, in concomitanza con la varialìbilità del clima e delle maree”, puntualizza Kim.

La scoperta è, ad ogni modo, motivo di preoccupazione a causa del rilevante ruolo delle alghe marine nell’ecosistema, come in apertura, ma sottolinea anche il fatto che le aree costiere di Guam sono comunque sotto controllo.

A Guam, come in molti paesi insulari, il più grande inquinante è l’azoto derivato dalle acque di scarico, a causa della carenza di adeguate infrastrutture per il trattamento delle acque reflue.

Gli impianti di depurazione di Guam sono vecchi, obsoleti; gli effluenti non sono trattati secondo i migliori standard e i campioni di acqua mostrano abitualmente scarichi a livelli superiori ai livelli stabiliti per le acque di diporto, considerate obbligatoriamente sicure sia in ambienti di acqua dolce che marina.

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