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Crimini ambientali, crimini contro l’umanità
Intervista ad Antonino Abrami

Da 11 anni la International Academy of Environmental Sciences lavora perchè venga istituito un Tribunale Penale Europeo e per estendere le competenze della Corte Penale Internazionale dell’Aja ai più gravi reati ambientali così da poterli giudicare quali crimini contro l’umanità

Scritto da Federica di Leonardo il 11.02.2014

Il 30 gennaio scorso, a Bruxelles, per la prima volta un folto gruppo di associazioni si è riunito in seno alle istituzioni europee per discutere della necessità di un tribunale europeo e di un tribunale internazionale contro i crimini ambientali. L’incontro è un momento importante di un lavoro sviluppato nell’arco di 10 anni dalla International Academy of Environmental Sciences (IAES), affiancata poi dalla Fondazione SEJF (Supranational Environmental Justice Foundation)  e dall’Associazione AME – DIE l’associazione di ex ministri dell’Ambiente di diversi Paesi.

Dall’incontro, cui hanno partecipato anche Edgar Morin e Mikhail Gorbachev,  è scaturita una Carta nella quale, a partire da premesse condivise, si giunge alla necessità di una autorità superiore che sia in grado di garantire la punibilità dei crimini ambientali in tutto il pianeta.  Gaianews.it ha intervistato il professor Antonino Abrami, vice presidente IAES.

Un'immagine dell'iniziativa della IAES del 30 gennaio scorso

Un’immagine dell’iniziativa della IAES del 30 gennaio scorso

Domanda: Dottor Abrami, i vostri obiettivi sono sostanzialmente due, estendere le competenze della Corte Penale Internazionale dell’Aja ai più gravi reati ambientali così da poterli giudicare quali crimini contro l’umanità e istituire il Tribunale Penale Europeo dell’Ambiente, in modo da rendere omogeneo il contrasto e l’applicazione delle pene sul territorio europeo e render possibile l’applicazione di quelle sanzioni. Lei stesso, in una sua dichiarazione, ha detto: “Dalla giornata di oggi, visto anche l’alto livello delle personalità intervenute, scaturisce l’emergenza di una vera riforma di democrazia e di civiltà, ormai nella coscienza dei popoli, ancor prima che nelle scelte politiche delle Istituzioni”. Secondo lei l’Europa e il Pianeta, sono pronti davvero a questo passo? E’ già avvenuta questa “riforma della coscienza de popoli?”.

Antonino Abrami: La “rivoluzione delle coscienze” potrebbe sembrare questione solo sociologica o sociopolitica, ma invece è molto importante. E’ chiaro che il livello di sensibilità ai danni ambientali di una grande comunità o di un popolo che è colpito direttamente da un disastro ambientale, dall’inquinamento, con effetti molto gravi sull’ambiente e sulla salute, è molto alto perché il problema lo si avverte sulla propria pelle. Quando noi riusciremo a far comprendere ai politici che si occupano di ambiente che cosa significa vivere sulla propria pelle un disastro ambientale, a quel punto avremo un livello di coscienza che potrà produrre degli effetti rivoluzionari. 

Lo stabilimento ILVA a Taranto

D: Qual è il bilancio della giornata al Parlamento Europeo?

A. A.: Lavoriamo a questa iniziativa dal 2003 e abbiamo alle nostre spalle 11 anni di storia e iniziative che finalmente hanno prodotto dei risultati importanti. Il bilancio della giornata di ieri è positivo e andrà sicuramente meglio quando riusciremo a fare un nuovo passo in avanti concretamente. A differenza di altri esempi in cui si è parlato di ambiente, magari anche a sproposito, in questo caso noi abbiamo un preciso progetto politico-culturale e giuridico.

Questa volta non si è avuto soltanto un confronto a livello istituzionale, ma in seno all’Unione europea c’è stato un confronto fra tante associazioni e fondazioni che da anni si occupano di questo: si può parlare di un movimento internazionale, ormai planetario.

Al Parlamento europeo siamo riusciti a mettere attorno ad un tavolo giuristi, magistrati, scienziati, avvocati e cittadini per capire che è arrivato il momento di agire. Abbiamo poi votato una Carta all’unanimità e questo è un grande risultato. E’ nata da un confronto ripetuto con tutte le associazioni in riunioni nelle quali si è discussa a lungo ogni parola.

La carta non rappresenta però un  passo definitivo, ma apre ad un nuovo inizio: l’apertura di una campagna presso l’ONU per richiedere la modifica dello Statuto di Roma che vada a inserire nella competenze della Corte dell’AJA il  disastro ambientale come crimine contro l’umanità.

La città di Pripyat, abbandonata dpo il disastro di Chernobyl. La centrale è visibile in lontananza

La città di Pripyat, abbandonata dpo il disastro di Chernobyl. La centrale è visibile in lontananza

D: Come procederete ora? 

A. A.: Ora è importante portare avanti due aspetti: realizzare una sorta di atlante delle urgenze ambientali del pianeta per capire quali siano le priorità: i criteri sono i danni alla salute delle persone, i danni alla qualità della vita, dell’aria, il diritto alla vita stessa, in alcuni casi.

L’altro è quello di nominare, e questo dovrebbe essere fatto dall’Unione Europea o dall’ ONU, degli esperti giuristi, chimici, biochimici, giornalisti, medici, che dovranno creare uno statuto della Corte.

Potrebbero inoltre esserci altre iniziative per gravi fatti di inquinamento. Siamo stati, infatti, contattati da grandi associazioni per sollecitare ulteriori iniziative. Potrebbe essere che faremo denunce o che ci costituiremo parte civile. Sono passi molto delicati e i nostri esperti (magistrati, ex magistrati e professori universitari) valuteranno se ci sono gli estremi per questo o quell’azione. La novità è che si comincia a creare un rapporto con altre associazioni, anche importanti. 

D: Perché è necessario creare questi due tribunali? Le norme attuali non sono sufficienti?

A. A.: L’Unione europea, con una direttiva, ha uniformato tutti i reati penali in tutti i paesi. Ma altra cosa è come si fa rispettare la norma penale. Le faccio un esempio: in occasione del disastro di Aurul, in Romania, sono stati accertati dei reati, ma sono state applicate  poco e male le sanzioni penali, peraltro irrisorie. Molto spesso la norma non è sufficiente a causa di condizionamenti politici, culturali ed economici che impediscono l’applicazione della legge.

Per questo noi chiediamo che gli esperti creino un elenco delle tipologie di reato e uno statuto della Corte Penale Europea per l’Ambiente per andare poi andiamo avanti in questa direzione, perché sarebbe un grande passo verso la creazione di una Corte Penale Internazionale per l’Ambiente. Io diffido di chi dice che sono cose che non si faranno mai: la stessa cosa si diceva della Corte Penale Internazionale dell’AJA.

Un'immagine del disastro di Aurul

Un’immagine del disastro di Aurul

D: Nel corso di più di dieci anni avrà incontrato delle difficoltà e forse avrà visto cambiare qualcosa…

A. A.: Un vecchio proverbio indiano dice che “chi ha capito e non fa nulla, non ha capito nulla”. La nostra storia ci ha insegnato che si sono sempre mossi singoli parlamentari di tutte le provenienze, ma sempre in maniera disorganica. L’iniziativa non è mai stata di un partito, di un gruppo, e questa resta una grande criticità.

 D: Cosa pensa della green economy? In Italia se ne parla come volano per il rilancio economico.

A.A.: Per gli industriali l’ambiente è sempre stato considerato come un nemico. Ma questo non è vero. Non investire per essere sostenibili a livello ambientale comporta tanti rischi, come la chiusura dello stabilimento, un danno all’immagine, oltre alle multe. Si può produrre meno, ma meglio e questo cambia il senso della concorrenza perché le persone adesso sono più informate sulle caratteristiche delle aziende delle quali acquistano i prodotti.

Naturalmente, dobbiamo dotarci dei necessari controlli, per stabilire chi fa le cose e chi non le fa, chi rispetta la legge e chi no. Altrimenti poi ci ritroviamo a ricorrere agli aiuti a catena.

 

 

 

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