Storie di crimini impuniti. Storie di reati ambientali. Storie reali, casi concreti, come quelli raccontati oggi dalla Fondazione SEJF – Supranational Environmental Justice Foundation, che da diversi anni si è concentrata per ampliare le competenze della Corte Penale Internazionale dell’Aja anche ai più gravi reati ambientali, in quanto da considerarsi crimini contro l’umanità. Ma non solo. L’impegno della Fondazione SEJF è stato indirizzato anche a istituire il Tribunale Penale Europeo dell’Ambiente, teso a uniformare il contrasto, l’applicazione delle pene e delle sanzioni. Questo il focus del convegno internazionale di oggi dal titolo “Ambiente e salute: verso una giustizia globale”.

«La giornata di oggi – spiega Antonino Abrami, presidente di SEJF – è propedeutica per una riforma che appare sempre più urgente e che è ormai nella coscienza dei popoli, ancor prima che nelle scelte politiche delle Istituzioni. Per risolvere la “questione ambiente” è necessario prima di tutto considerare l’aspetto della responsabilità di chi distrugge o danneggia l’ambiente. Un’emergenza che si scontra con l’inadeguatezza dell’attuale sistema giurisdizionale. Nonostante gli importanti passi in avanti compiuti con la direttiva europea del 2008, serve uno scatto ulteriore per garantire a livello europeo un sistema sanzionatorio uniforme e a livello mondiale un riconoscimento del disastro ambientale intenzionale come crimine contro l’umanità e, soprattutto, la possibilità dell’applicazione concreta della pena».
Storie esemplari come quella dell’emigrazione di 350.000 abitanti delle Maldive a causa dell’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico; o come quella della distruzione ogni anno di 1.871.000 ettari di foresta pluviale indonesiana, pari a 300 campi di calcio ogni ora dalla multinazionale della carta APP. Casi concreti, come il risarcimento di soli 500 euro per la vita sottratta dall’esplosione nel 1984 della fabbrica di pesticidi di Bhopal, in India; o quello di 70 milioni di euro per i danni prodotti dalla petroliera Haven nel 1991 alla costa ligure.
Questi e molti altri episodi sono presenti nell’elenco di dodici hot spot, selezionati fra centinaia dalla Fondazione SEJF, per rimarcare come la presenza di una legislazione internazionale più efficace avrebbe potuto evitarli o risarcire adeguatamente i danni provocati. La “sporca dozzina”, come vengono additati nel report diffuso oggi, che denuncia sia casi più noti, come ad esempio gli incidenti nucleari di Chernobyl e Fukushima o il disastro della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010 che ha causato 11 morti e danni impossibili da quantificare, sia casi meno conosciuti come quello della montagna 30.000 tonnellate di piombo nel Nord Argentina, residuo delle lavorazioni di un impianto chiuso negli anni ’80, che espone al rischio l’81% della popolazione infantile o l’onda di cianuro che nel 2000 si è riversata dalla miniera d’oro Esmeralda in Romania nel Danubio, dopo aver distrutto ogni forma di vita negli affluenti toccando valori di avvelenamento anche 800 volte superiori ai limiti consentiti.
«L’elenco degli hot spot – continua Abrami – non è che una tappa del percorso che vuole portare a redigere un vero e proprio Atlante dell’ecocidio su scala planetaria e soprattutto alla creazione di strumenti che intervengano laddove gli Stati nazionali sono conniventi con le ragioni degli inquinatori, perché troppo deboli o ricattabili. Serve un tribunale internazionale – conclude – contro i crimini ambientali e strumenti di governance ambientale che favoriscano, in primo luogo, chi non bara: le industrie della green economy e quelle che sono in viaggio verso una reale sostenibilità ecologica e sociale».