
Val Camonica Foto Luca Giarelli
Ogni due anni, l’università di Yale, pubblica una classifica dei paesi del mondo secondo le loro prestazioni ambientali. Passando dal diciottesimo posto nel 2010 all’ottavo posto nel 2012, l’Italia scala a passi da gigante la classifica, arrivando sorprendentemente prima di Svezia, Germania e Regno Unito. L’ultimo posto spetta all’Iraq. Lo scopo della classifica è quello di promuovere azioni mirate alla salvaguardia dell’ambiente e delle persone, attraverso la possibilità di osservare e confrontare i dati in modo trasparente e facile, cosa che permette ai leader politici di ogni nazione di vedere delineati i propri punti di forza e debolezza, paragonandoli a quelli degli altri stati. Gli obiettivi finali dell’analisi sono quelli di ridurre lo stress ambientale e il suo impatto sulla salute umana e promuovere la vitalità dell’ecosistema e della gestione delle risorse naturali.
La Svizzera ha vinto quest’anno il primo posto della classifica dei paesi più rispettosi e impegnati sul fronte della tutela dell’ambiente, posto che solo due anni fa spettava all’Islanda, mentre all’ultimo gradino troviamo quest’anno l’Iraq. Questo secondo quanto pubblicato l’«Environmental performance index» (EPI), indice messo a punto ogni anno dall’univesità americana di Yale. Solitamente pubblicata verso la fine di gennaio, la classifica valuta le politiche pubbliche di 132 paesi del mondo, secondo 22 indicatori specifici, tra cui vi sono sanità, qualità dell’aria e dell’acqua, biodiversità, agricoltura, foreste, pesca ed emissioni di CO2. Parametri passati al setaccio dalla griglia di analisi degli esperti americani.
Ogni paese si vede attribuire un punteggio che va da zero a 100. L’Italia quest’anno ha raggiunto un punteggio pari a 68.9, che l’ha fatta avvicinare, per somiglianza di andamento delle prestazioni avuto negli ultimi dieci anni, a paesi quali la Francia, il Regno Unito, la Slovacchia, la Danimarca e la Spagna. La Svizzera è al comando con 76.79 punti, L’Iraq, all’ultimo posto, oltrepassa di poco i 25 punti. La Francia, con i suoi 69 punti, si conferma un paese verde e attento. Il Costa Rica recupera il quinto posto e arriva ad essere l’unica nazione non europea presente nella top ten. Male per gli Stati Uniti: occupano il quarantanovesimo posto. Ancora peggio per il Sud Africa, 128esimo in classifica, nonostante abbia ospitato il recente summit di Durban, dedicato proprio al mutamento climatico.
Ma come si è arrivati al punteggio finale? Lo studio, condotto dall’università di Yale, in collaborazione con l’università della Columbia, ha nello specifico preso in esame sia le questioni ambientali ed ecologiche, che le politiche relative alla salute pubblica. Nel primo caso gli esperti hanno valutato le condizioni dell’ambiente, come il tasso di deforestazione e di presenza di CO2 nell’aria, di inquinamento atmosferico e idrico, e altri dati in grado di esprimere una panoramica sulla salute globale della natura nelle singole nazioni. Mentre nel secondo si sono analizzati dati relativi alla mortalità infantile, all’accesso alle infrastrutture sanitarie, all’acqua potabile, insieme ad altri indicatori correlati al benessere dell’essere umano e a ciò che i vari paesi mettono in atto per assicurarlo. A partire dai dati ottenuti nei singoli ambiti viene poi assegnato il punteggio finale, che determina la classifica generale.
Dati alla mano, si è visto anche che l’attenzione all’ambiente va di pari passo con il PIL. « Non sorprende il fatto che i punteggi siano in relazione con il PIL dei vari paesi », riconoscono gli esperti dell’universtià di Yale. Le problematiche sono ovviamente molto differenti a seconda del livello di sviluppo e di ricchezza di un paese. Ne è emerso che i paesi industrializzati si trovano a dover far fronte a problematiche quali l’inquinamento atmosferico, per esempio, mentre i paesi in via di sviluppo si confrontano con problemi di risorse, siano esse idriche, medicinali, alimentari, che portano con sè questioni relative all’acqua non potabile e alla mortalità infantile. Un dato che va migliorato e reso ancora più preciso, secondo gli esperti, riguarda invece lo studio dell’esposizione della popolazione a prodotti tossici.
Il sito EPI dell’università di Yale vuole anche essere una piattaforma utile di confronto e crescita per tutti i 132 stati coinvolti nella classifica. Non solo analisi e giudizio dunque, ma critica costruttiva e aiuto reciproco: sembra questo il messaggio che i ricercatori e gli addetti ai lavori vogliono lanciare ai vari stati. Esiste infatti anche la possibilità di unirsi alla comunità EPI e di condividere idee, attraverso un forum e un blog, scaricare dati e articoli, pubblicare commenti, impegnarsi in discussioni costruttive.