Nel 1959, una manciata di paesi firma il “Trattato Antartico”, un accordo internazionale che regolamenta l’utilizzo del continente antartico e le attività in esso esplicate.
Scopi primari del trattato: impedire l’uso indiscriminato del territorio da parte di alcuni – a danno dell’intera comunità – e proteggere i fragili ecosistemi e le specie presenti.

Foto: Lyubomir Ivanov
A distanza di 53 anni i paesi aderenti sono diventati 45; tuttavia, sembra che gli accordi presi siano stati involontariamente violati, proprio da parte di chi, in Antartide, ci lavora per studiare l’ambiente e proteggerlo.
Uno studio interamente italiano presentato sulla rivista Environment International lo scorso ottobre, infatti, ha evidenziato come le attuali 53 stazioni di ricerca, attive sul territorio, potrebbero avere un impatto negativo sull’ambiente circostante e sui suoi abitanti, a causa della produzione di campi magnetici da parte delle apparecchiature utilizzate dagli scienziati.
La ricerca ha riportato in auge la questione già emersa in studi precedenti, da cui risultava che variazioni nei campi magnetici influenzassero le funzioni biologiche di piante, animali ed esseri umani: sembra, infatti, che tali campi siano imputabili delle modificazioni a carico, ad esempio, del flusso sanguigno, dell’attività della ghiandola pineale – responsabile della regolazione del ciclo sonno/veglia e dei mutamenti stagionali – e dei centri nervosi di controllo del dolore.
L’intensità dei campi magnetici è stata misurata in una stazione di ricerca, sia a livello del terreno che in aria, sorvolando la zona con un elicottero, all’altezza di 320 metri dalla superficie. Ne è emerso che a 100 m d’altezza l’intensità è pari a 100 nanoTesla (nT), ma se ci si sposta di 100 m sul terreno, a partire dalla stazione, sale fino a 2800 nT. Allontanandosi orizzontalmente fino a circa 650 m, l’intensità decresce a 100 nT. Dunque, nelle immediate vicinanze della stazione, il campo magnetico risulta molto intenso, ad indicare che le comunicazioni e gli apparecchi elettronici ne sono i responsabili. Oltre alla prova ricavata dalla relazione tra intensità e distanza dalla sorgente di emissione, l’ulteriore conferma della provenienza delle onde dalle attrezzature umane deriva dal fatto che quelle prodotte naturalmente dal pianeta si manifestano con una lunghezza d’onda più corta.
Il campo magnetico prodotto dagli insediamenti antropici rappresenta circa il 4% del campo geomagnetico esistente e può essere paragonato a quello generato dalle rocce altamente magnetizzate.
Dunque – dati alla mano -, sembrerebbe che gli sforzi degli scienziati volti alla protezione e alla conservazione degli ecosistemi antartici siano vanificati proprio dagli scienziati stessi, poiché la loro permanenza sul suolo polare non è così poco impattante come si potrebbe pensare.
Lo scenario, però, non è poi così apocalittico: la forza misurata non è tale da ingenerare preoccupazione su rischi connessi a malattie gravi. Tuttavia, non bisogna sottovalutarne l’effetto, solo perché l’intensità mostrata è ridotta: gli effetti a lungo termine dovuti a prolungata esposizione, infatti, possono essere altrettanto gravi e non prevedibili. In effetti, l’intensità misurata è già sufficiente perché avvengano cambiamenti negli organismi viventi, in particolar modo a livello del fegato e delle reazioni biochimiche.
La ricerca presentata rappresenta soltanto il primo passo sul cammino della comprensione dell’impatto delle attività umane su suolo antartico. Ricerche successive dovranno comprendere l’identificazione delle principali sorgenti di radiazioni elettromagnetiche, nonché approfondire le modalità con cui occorrono i cambiamenti negli esseri viventi.
Source: “Science for Environment Policy”: European Commission DG Environment News Alert Service, edited by SCU, The University of the West of England, Bristol.