E’ del 31 agosto la notizia dell’accordo fra il colosso russo Rosneft e l’azienda americana Exxon per le operazioni di trivellazioni per la ricerca di petrolio nella zona di Kara, la parte di mare tra la costa Nord della Russia europea e le isole di Novaya Zemyla.
L’accordo prevede investimenti per 500 miliardi di dollari e costituisce un grave smacco per la British Petrolium e una novità in quanto accordo fra USA e Russia. A questo proposito la stampa americana ha già ironizzato su un accordo fra una grande società americana e un Paese che manifesta grossi limiti sulla garanzia della libertà di stampa, politica ed economica.
La zona dell’Artico sta diventando, a causa della difficoltà di gestione della crisi in Medio Oriente, dell’aumento dei costi di gestione della sicurezza in USA dopo il disastro nel Golfo del Messico e non ultimo e più importante grazie allo scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale, una zona di grande interesse per gli affari petroliferi.
Ma Enrico Brugnoli, direttore del Dipartimento Terra e Ambiente del Cnr, ha dichiarato in un’intervista ad ADNKRONOS che in realtà i rischi in ballo in un’operazione del genere sono gravissimi.
Infatti l’Artico non dovrebbe essere visto come una prossima zona di conquista, ma come una riserva naturale ancora incontaminata.
Quale sarebbero i danni se ci fosse uno sversamento di petrolio in quei mari? Gli iceberg sono un’immensa riserva d’acqua che andrebbe irreparabilmente perduta: “Non è la stessa cosa trivellare in Artico rispetto alle attività petrolifere fatte in oceano aperto o in Adriatico”. Ha dichiarato Brugnoli che si trova nella base ‘Dirigibile Italia’ del Consiglio nazionale delle ricerche di Ny-Alesund, nelle isole Svalbard, per studiare i ghiacci e trovare il modo di evitarne lo scioglimento o comunque studiare le conseguenze dello scioglimento sull’equilibrio della Terra.
Eppure l’Artico non è purtroppo al centro delle sole ricerche scientifiche. La comunità internazionale ha avviato numerosi progetti per poter studiare le nuove possibilità che si apriranno con lo sciolgimento dei ghiacci: trasporti marittimi e sfruttamento delle risorse energetiche.
La Exxon, che questa volta ha soffiato l’accordo a BP, è già stata alla ribalta pochi mesi fa a causa dello sversamento nel fiume del parco di Yellowstone. In quel caso le tubature non avevano retto ad un’alluvione, nonostante la Exxon abbia assicurato che tutte le procedure di sicurezza erano state rispettate. Allora i prati vicino al fiume furono ricoperti da una coltre di petrolio per decine e decine di miglia, con danni agli agricoltori, alla flora e alla fauna.
Qui la posta in gioco, se possibile, è ancora più alta. E’ forse sensato riportare il nonsense evidenziato dal professor Vincenzo Balzani dell’Università di Bologna in un’intervista sul nucleare: l’imprevedibilità intrinseca alla tecnologia, di cui il disatro nel Golfo del Messico, il disastro nucleare di Fukushima sono due esempi eclatanti, sarà mai prevedibile?