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Apicoltura: parassiti, patogeni ed economia condizionano i risultati

Scritto da Marta Gaia Sperandii il 08.02.2014

Secondo una recente ricerca firmata EcoHealth Alliance, alla base del trend negativo che affligge da tempo l’apicoltura mondiale sarebbero diversi fattori tra cui, accanto a patogeni e pesticidi, compaiono questioni socioeconomiche e politiche.

Il ruolo delle api è di fondamentale importanza per l’ambiente e per la società: impollinatrici di specie selvatiche e domestiche, queste contribuiscono attivamente alla conservazione della biodiversità vegetale con evidenti risvolti positivi per l’uomo. 

Foto: L. Brian Stauffer

Foto: L. Brian Stauffer

Secondo le stime della FAO ben 71 delle 100 specie da cui si ricava il 90% dei prodotti alimentari mondiali sono impollinate dalle api.

Ed ancora, l’indotto annuale proveniente dai servigi resi da queste instancabili operaie è stimato a livello globale in circa 215 miliardi di dollari. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che le preoccupazioni riguardo condizioni e destino delle api siano più che sentite.

All’origine dell’apprensione comune è un fenomeno in atto ormai da una quindicina d’anni, noto in Europa e Stati Uniti come Sindrome da Spopolamento degli Alveari (conosciuta globalmente come Colony Collapse Disorder, CCD), al quale nonostante gli sforzi scientifici non è stato ancora possibile attribuire una causa univoca. 

EcoHealth Alliance, organizzazione internazionale che da 40 anni raccoglie scienziati al lavoro per la conservazione della biodiversità e la salvaguardia della salute umana, ha recentemente pubblicato su EcoHealth i risultati di una ricerca che indaga le cause del declino di lungo periodo nel numero di colonie e le perdite annuali di operaie all’interno degli alveari. 

Relativamente al primo filone d’indagine, è necessario secondo lo studio in primo luogo tener conto del contesto in cui le aziende si inseriscono. In molti paesi, la riduzione del numero delle colonie rispecchia un calo di redditività cui molti apicoltori sono andati incontro a seguito di cambiamenti di ordine economico e politico, ed alcuni hanno affrontato abbandonando la professione.

Per quanto riguarda invece lo spopolamento all’interno degli alveari, la stessa definizione di CCD andrebbe, secondo lo studio, rivista e perfezionata, onde evitare la confusione di normali e fisiologiche perdite annuali col verificarsi di un evento straordinario. 

Particolarmente sentita dagli scienziati, in questo senso, è la mancanza di dati uniformi che rendano confrontabili entità e natura delle perdite.

 “Data la natura del fenomeno è molto difficile raccogliere informazioni sulle cause, a meno che non vengano effettuate misurazioni standardizzate ed approfondite prima che si verifichi la perdita” dichiara Kristine Smith, veterinaria e dirigente di EcoHealth Alliance. Secondo la Smith, che individua organi di informazione ed opinione pubblica come principali responsabili della confusione e dell’incertezza rispetto al concetto di Sindrome da Spopolamento degli Alveari, il problema è l’immediatezza con cui si parla di CCD ogni qualvolta le perdite negli alveari superano la normalità.

Prima di dare l’allarme, secondo lo studio, sarebbe necessario verificare una serie di fattori come l’aumento rispetto ad anni precedenti di patogeni e parassiti nelle colonie, l’utilizzo di pesticidi in aree circostanti, o la presenza di fattori di disturbo ambientale o ecologico.

All’origine delle perdite annuali all’interno delle colonie vi sono infatti spesso parassiti come Varroa destructor, un acaro che riproducendosi a ritmi frenetici ed essendo vettore di virus e patogeni trasmissibili mentre si nutre sul corpo dell’ape, causa una sindrome che porta, in assenza di interventi, l’intero alveare a soccombere entro i due anni dall’arrivo del parassita.

Peter Daszak, ecologo e presidente di EcoHealth Alliance, spiega come sempre più riconosciuto, a livello scientifico, sia il ruolo di parassiti e batteri patogeni nel causare il declino di molte specie. Le api, secondo Daszak, non fanno eccezione, e benché il ruolo di parassiti e patogeni da questi trasportati sia attualmente oggetto di ricerca, in futuro saranno richiesti sforzi ed attenzione sempre crescenti.

Nel frattempo è necessario mettere a punto una metodologia standardizzata per il censimento delle colonie. Basti pensare che una modifica della formula di conteggio messa in atto negli anni ’80 dal National Agricultural Statistics Service e tesa ad escludere le aziende con meno di 5 alveari, ridusse, di punto in bianco, di circa un milione il numero delle colonie degli Stati Uniti.

Si rende quindi necessario l’avvio di programmi di monitoraggio sistematici e continuativi cui tuttavia può dare un senso soltanto la definizione di sistemi uniformi e standardizzati di conteggio. Soprattutto, secondo Kristine Smith, c’è bisogno di specialisti e veterinari che seguano e supportino gli apicoltori con informazioni, strumenti e risorse che permettano alle aziende di fronteggiare le difficoltà ed adattarsi ad un sistema di produzione che richiede il massimo in termini di produttività ed efficienza di gestione.

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