Giacomo Leopardi fu ispirato dalla ginestra che cresceva sul Vesuvio a parlare della social catena, unico rifugio e senso alla condizione esistenziale umana. Oggi una nuova specie di orchidea viene ritrovata sul pendio dilavato il 9 ottobre 1963 dall’immane ondata provocata dall’enorme frana staccatasi dal monte Toc e finita nella diga, stiamo parlando della immane tragedia del Vajont. La scoperta, di grande valore scientifico, pare avere un significato simbolico, perchè il fiore nasce laddove tante vite andarono perdute e alcuni non furono mai ritrovati. Ora che la nuova orchidea è stata scoperta, sarà necessario proteggerla con leggi speciali, in quanto è già a grave rischio di estinzione.

La scoperta della nuova orchidea è importante perché è sempre più raro che un fiore differisca dalle specie già descritte sia dal punto di vista morfologico che per l’habitat particolare. Protagonista di questa scoperta è il conservatore onorario del Museo Civico di Rovereto, Giorgio Perazza, grazie al suo lavoro di costante osservazione e mappatura del territorio finalizzato alla creazione dell’“Atlante corologico delle orchidee dell’Italia nord-orientale” di prossima pubblicazione da parte del Museo.
La nuova orchidea si chiama Liparis loeselii subsp. nemoralis, descritta da Perazza, Decarli, Filippin, Bruna e Regattin sull’importante rivista internazionale Journal Europäischer Orchideen, nel numero 44 del 2012.
Giorgio Perazza, conservatore onorario del Museo Civico di Rovereto, in qualità di florista e coordinatore della Cartografia Orchidee Tridentine, da anni contribuisce con le sue segnalazioni alla crescita della Cartografia Floristica del Trentino di cui la sezione botanica del Museo è capofila.
Grazie al costante lavoro di monitoraggio è scattata l’intuizione che è stata poi verificata con nuove ricerche sul campo e confronti con erbari di diverse parti d’Italia e d’Europa.
La specie Liparis loeselii in Italia è rarissima. La prima segnalazione in Trentino risale all’Ottocento, mentre la presenza in Veneto è stata accertata solo di recente nel Bellunese e segnalata dal Museo nel 2006.
Proprio in quell’occasione si erano notate alcune differenze morfologiche di quelle piante rispetto alla sottospecie nota, differenze che però erano state attribuite a un adattamento dell’orchidea al diverso habitat, cioè aree boscate con fondo drenante e piuttosto asciutto rispetto al consueto substrato di paludi e torbiere, o comunque zone umide.
Solo quando si è constatato che queste diverse caratteristiche, sia nell’habitus che nell’habitat rimanevano costanti anche in altre popolazioni rinvenute in zone diverse, i ricercatori hanno pensato si trattasse di una nuova orchidea, che è stata denominata Liparis loeselii subsp. nemoralis (dal latino nemus=bosco, appunto per l’habitat elettivo in cui la nuova entità risiede).
La Liparis loeselii era inserita nella lista rossa italiana come “gravemente minacciata”.
Il rinvenimento recente di altre nuove stazioni, sia pur in numero limitato, l’aveva fatta rientrare nella categoria “minacciata”, ma ora che è noto che si tratta di esemplari di una sottospecie diversa, la nemoralis appunto, il rischio ritorna più alto, in quanto il numero degli esemplari rappresentativi di ogni sottospecie è inferiore.
Il Museo si augura perciò che le Amministrazioni competenti adottino le necessarie misure “attive” di salvaguardia, dato che Liparis loeselii è specie dell’Allegato II della Direttiva CEE FFH “Habitat” per cui i Paesi membri sono tenuti a istituire delle Zone di Conservazione Speciale. In particolare gli ambienti boschivi che ne rappresentano l’habitat andrebbero tutelati con particolare attenzione.
caro amico di labello, mi faccio vivo, dopo tanto
tempo, di ritorno dai Ronzi, dove ho fotografato
la malaxis ( posto conosciuto grazie a te).
durante la passeggiata il mio cervello ha incominciato
a chiedersi come ti è venuto in mente di cercare
la Liparis in bosco . io l ultima volta che l’ho vista è
stato a Sequals in una paludina e ad Antersela
sempre in acquitrino. ti prego dammi una risposta!
un caro saluto
Stefano rasi c.