È l’11 gennaio quando sulle coste dell’isola siciliana di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, si nota qualcosa di diverso dal solito: macchie nere sospinte dal mare verso la costa. È allarme catrame. Nel giro di pochissimo tempo, duemila chili di idrocarburo si depositano nella porzione nord-occidentale dell’isola, lungo il chilometro di costa che va da Punta Sottile a Cala del Pozzo, entrambe inserite nella zona C dell’area marina protetta “Isole Egadi”.

Sembrerebbe che una petroliera in transito nel Mediterraneo abbia pulito le sue cisterne e poi riversato l’acqua utilizzata in mare: una pratica che – per quanto illecita – risulta essere diffusa. Nel Mediterraneo, infatti,come riportato da Legambiente, transita ogni giorno circa il 30% delle petroliere di tutto il mondo, per un totale di 340 milioni di tonnellate di greggio all’anno. Ma non solo: le sue acque sono solcate anche da 2000 traghetti, 1500 cargo e 1700 imbarcazioni commerciali. L’inquinamento da idrocarburi, pertanto, rappresenta una minaccia quotidiana.
Prontamente è stata allertata la Protezione Civile, coordinata dall’Amministrazione Comunale – nella figura di Giuseppe Campo, direttore dell’Assessorato Ambiente e Servizi Ecologici – per rimuovere, in tempi brevi, quanto più inquinante possibile, al fine di ridurre al minimo il danno per gli ecosistemi e le specie ivi presenti.
I primi a mettersi all’opera sono stati i volontari della locale associazione vigili del fuoco in congedo. A seguire, sforzi congiunti di Protezione Civile – nazionale e regionale -, Area Marina Protetta, Amministrazione Comunale, Legambiente, associazioni ambientaliste e cittadini comuni: tutti reclutati per ripulire le coste di Favignana e limitare i danni all’ambiente. Il direttore dell’AMP, Stefano Donati, così commenta: “Lo sversamento è in quantità esigue, ma distribuito su tutta la costa; solo un intervento tempestivo e veloce di ripulitura potrà consentirci di minimizzare il danno”.
E i primi risultati non tardano ad arrivare: la rinomata spiaggia di Cala Pozzo, di sabbia quarzosa, viene riportata in condizioni ottimali in breve tempo.
Tuttavia, le zone sabbiose sono le più facili su cui intervenire. Per le parti scogliose, infatti, bisogna attendere che il catrame si secchi.
Per evitare che la rimozione deturpasse l’ecosistema già messo a dura prova dalla presenza dell’idrocarburo, si è preferito rivolgersi a degli specialisti di Legambiente, il cui arrivo dovrebbe essere previsto per la giornata di mercoledì.
Col passare dei giorni, grazie alle condizioni ottimali del mare, il petrolio ha abbandonato l’acqua per depositarsi interamente sulle coste. Tuttavia, le correnti, da un lato hanno spinto velocemente il catrame verso l’isola, dall’altro hanno ampliato l’area inquinata: il catrame, infatti, è arrivato fino a Cala Tramontana, porzione nord-occidentale dell’Isola di Levanzo e zona B dell’AMP delle Isole Egadi. Fortunatamente, il danno pare aver risparmiato la più lontana isola di Marettimo, localizzata ad occidente rispetto alle altre due isole dell’arcipelago.
Il mare, dunque, ha favorito la deposizione del catrame. Tuttavia, le condizioni climatiche dei giorni scorsi ne hanno impedito la rimozione: i volontari richiamati per contribuire all’operazione di bonifica, infatti, non sono riusciti a raggiungere Favignana e mettersi all’opera. E questo, nonostante le compagnie Ustica Lines e Siciltransfert avessero messo a disposizione i propri mezzi per traghettare gratuitamente i volontari. Interventi dunque rimandati al weekend prossimo, nella speranza che le condizioni climatiche non siano nuovamente di intralcio.
Nel frattempo è stata coinvolta anche la Capitaneria di Porto di Trapani, allo scopo di verificare se vi sia ancora presenza di catrame in mare e se, nei giorni precedenti la comparsa di greggio in mare, vi sia stato transito di petroliere nei paraggi. Tuttavia, il rilevamento satellitare non ha avuto riscontri positivi, rendendo così quasi impossibile risalire ai colpevoli. “Si tratta di un evento doloso, che purtroppo resterà come al solito senza colpevoli. Lo Stato e le Autorità internazionali dovrebbero attivarsi maggiormente per impedire e reprimere con forza questi abusi, che minacciano gravemente l’ambiente e l’economia delle coste”, commenta critico Stefano Donati.
Stessa posizione per Federalberghi, espressasi a favore di controlli e pene più severe per i reati al patrimonio ambientale.
Gli ultimi aggiornamenti rivelano che la Protezione Civile abbia promesso di inviare un mezzo 4×4 dotato di modulo antincendio, per avere acqua a pressione, e che il Corpo Italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta, con sedi a Palermo e Trapani, abbia risposto all’appello, offrendo la collaborazione di un gruppo di volontari.
Dal Ministero dell’Ambiente, invece, non arrivano comunicazioni ufficiali, nonostante il Senatore Antonio D’Alì abbia comunicato di essere intervenuto presso il Ministero affinchè “curi al meglio la rimozione di ogni danno alle coste delle Egadi, disponga di controlli più efficaci ed efficienti nel Mediterraneo e nelle aree di riserva e stili una normativa euro-mediterranea sulla navigazione”.
Critico a tal proposito il Sindaco dell’isola, Lucio Antinoro: “Non abbiamo bisogno di proclami, ma solo di braccia e mani robuste che ci vengano ad aiutare. Di persone di buona volontà che si uniscano agli operatori della Protezione Civile e dell’Area Marina Protetta che, per adesso unicamente, hanno dato il loro contributo a salvaguardia delle coste di Favignana. Quello che vogliamo è attenzione per le Egadi, ma in modo costante, non sporadica e di convenienza”.
Dati alla mano, il rischio petrolio è più intenso di quel che si potrebbe pensare. È per questo motivo che Legambiente organizza corsi di alta formazione rivolti ai volontari “per prepararli ad intervenire con tempestività, professionalità e sicurezza, diventando così un punto di riferimento per la protezione civile in Italia e all’estero”, afferma Rossella Muroni, direttore generale di Legambiente.
Ci voorebbe più sorveglianza e più civismo da parte dei petrolieri. Però da anni è noto che i capitani delle petroliere adoperano l’acqua di mare per lavare i serbatoi, prima di ricaricarli. Dovrebbero essere le stesse socieà petrolifere a vietarlo e trovare modi di ripulitura meno inquinanti , ma quelle chi le tocca? Si fannno guerre per il petrolio! e poi l’Italia è relativamente vicina allo stretto di Suez quindi…