Del caso so poco.
Poco come altri, nel senso che il disagio degli abitanti di Poschiavo non è stato adeguatamente illustrato dalla stampa raggiungibile (forse da quella più di nicchia non è stato così …) e anche in tal caso le informazioni, come spesso accade, sono discretamente schierate.
Schierandomi anch’io, starei dalla parte dell’orso. Per inclinazione ed esperienza saprei bene come comportami nel caso di iniziative invasive di emuli di M 13. E se lo avessimo chiamato Ciccio o, più correttamente, Spavaldo, forse sarebbe stato meglio. Per lui. Certo, io almeno, non ne avrei comunque paura, ma solo attenzione e rispetto. E i valligiani? Di ora, bene inteso. Quelli vagamente contaminati o ingentiliti dalla civiltà urbana? Già, la gente …
La gente cosiddetta normale non ne apprezzava, sembra, le sue scorribande. Un animale ineducato che sopravviva in una società tendenzialmente familista e amorale, quali sono (certo, non sempre) le società rurali e/o di montagna e non solamente quelle dell’Italia meridionale, è impossibile. Oggi.
Esagero volutamente, per stimolare un pensiero. Il montanaro contemporaneo si lamenta e compiange la sua sorte perché ha qualche disagio – grosso, è vero – rispetto alla pianura. Non si accontenta del paesaggio, dell’aria pura, dei boschi e dei pascoli e vorrebbe avere ciò che clima e rilievi non consentirebbero. Brama le comodità urbane come pure vorrebbe farsi pagare per abitare in luoghi bellissimi, che cerca di deteriorare, per vivere, dice lui, meglio.
Esagerazioni? Pregiudizi antiappenninici o alpini? La civile Svizzera è diversa? Non lo so, sono ignorante. Rimarco una tendenza: il montanaro è come quei sessantenni (o quelle cinquantenni) che non vogliono accettare la loro età. Il che non significa lasciarsi andare, no, tutt’altro! Ma valorizzare ciò che si possiede e si è. Consapevoli del proprio corpo, della proprie potenzialità, del passato e del futuro. Sarebbero i migliori “umani”. Invece sono, di solito, pessimi. Come appunto i montanari. Grandi potenzialità misconosciute, parecchi difetti e anche qualche miseria.
Un paradosso. Chi conosce la montagna meno del montanaro? Nessuno, credo. Come – in genere – noi, a nostra volta, non conosciamo i nostri genitori e i nostri ex compagni di scuola. Pensiamo di saper tutto di loro, è vero: ma vediamo solo i loro difetti e non le loro speciali qualità.

Proviamo a fare una riflessione. Purtroppo spiacevole.
C’è troppa gente in montagna. E così avviene da un bel po’. L’Europa, fortunatamente non ha grandi aumenti di popolazione. Ma nelle zone fragili e preziose, la montagna appunto, sempre troppi sono. Molte frazioni andrebbero abbandonate. E proprio per consentire ai superstiti di vivere pienamente le facilitazioni della pianura.
Non che mi piaccia questo tipo di società, quella dei consumi e dell’inquinamento, dal momento che sono per la decrescita serena. Ma allora, soprattutto in montagna si dovrebbe decrescere. Un primo passo per riflettere anche su altro.
Il problema della montagna che non vuole orsi è piuttosto l’accanimento sulla sostenibilità.
Questi luoghi erano in passato, letteralmente una sorta di “avamposti disperati” nella lotta contro la natura. Con vittime. Ma oggi, queste base spaziali sono ancora convenienti? Soprattutto perché per mantenerle non lo si può fare con il sangue di quei martiri – davvero, senza ironia, eroici – ma con i soldi delle tasse, alle quali noi smidollati valligiani contribuiamo. Dobbiamo, è da chiedersi, mantenere queste guarnigioni, pesantemente attrezzate e sperare che il loro effetto sull’ambiente sia quello di renderlo sostenibile?
Nel Takla Makan centinaia di presidi fortificati e tante città sono state sepolte dalle sabbie. Tante culture sono andate perdute. Vanno recuperate? Resuscitate, piuttosto. Ma perché? Se le condizioni che hanno generato quella cultura non ci sono più? Ed esistono i musei e il folklore?
Allora, sulle guarnigioni di montagna. Chi vi andrebbe a vivere per vedere una persona alla settimana, quando va bene, nelle fredde giornate, tante, invernali? La soluzione obbligata è allora viabilità comoda, asfalto, spazzaneve, illuminazione pubblica. Una montagna diversa, più domestica, accomodante, facile persino.
Una riflessione: nei fortini di una volta tutto ciò non c’era. Ma quei presidi, quei distaccamenti a cosa servono oggi, se non c’è più il nemico? La natura, sconfitta, è pacificata. I comandanti militari, che stanno in città e i loro luogotenenti, sindaci del posto, cercano invano – veramente non tanto, visto i loro successi – di immaginare nuovi nemici. Per combatterli e giustificare la loro missione, dicono. Difendersi dal bosco che entra in casa, dai lupi che non hanno più paura (e sono stati liberati con elicotteri da ambientalisti, i perfidi alleati del nemico, le quinte colonne dell’umanità montana), dai cervi e dai cinghiali. Che succede dopo che un Muro, come quello di Berlino, viene abbattuto? Il nemico non c’è più. E allora?
Cosa significa far scomparire le differenze fra la montagna e la pianura? Togliere di mezzo ciò che caratterizza la diversità e quindi i valori della prima?
Immaginiamo che la montagna si “ripopoli” di umani.

M13, 30 giugno 2012, Val Müstair
© Ufficio per la caccia e la pesca dei Grigioni (AJF)
Mi viene da pensare che non sarà così semplice. I bimbi nati nei distaccamenti, una volta nell’età puberale, non ne vorranno più sapere di una lotta continua contro quei disagi. Scapperanno, andranno a rimpolpare le file degli “extra comunitari di pianura”, cercheranno amicizie e compagnie di ormoni e foruncoli. La vita di caserma non gli accontenterà più: vogliamo le comodità! Diranno. Non il lusso, ma almeno il lavoro, sia pure brutto e malsano. Ma in una società più ricca. Magari solo di contatti e occasioni. Povera di cultura e persino di idee. Eppure, dove si è in molti il terreno è più fertile.
Il destino degli avamposti sarebbe di scomparire, naturalmente: un avverbio non detto a caso, la natura che riprende il suo posto.
Al contrario, i comandanti militari, sensibili alla richiesta di godere di un buon nemico fatta propria dai loro combattenti, non possono affermare “Smobilitate! La guerra è finita. Tutti a casa!”. Chiudere un Forte che per tanti anni è esistito, che ha combattuto e vinto contro gli animali selvatici, sarebbe un tradimento. Una fine da Legione Straniera.
E allora ci si inventa una nuova missione. Non più la lotta contro il selvatico ma, Restate oh coloni a onorare la bandiera. Il nuovo vessillo. La Patria ricostituita. Che è la biodiversità. Le pecore distruttrici di quel poco che rimane dei boschi, le zone nude al posto delle querce. Una nuova speranza, di riavere un posto importante nella società.
Diranno, i superstiti. Noi difendiamo sì, la natura. Quella vinta e assoggettata e che davvero ci piace, perché è schiava e non selvaggia. Una consorte strisciante e sottomessa alla quale possiamo dire: ” fai quello che vogliamo noi. E ringraziaci, dopo, schiava!!“
I soldi del Ministero della Guerra (contro la natura), non tanti, arrivano con il contagocce. Ma sono abbastanza sicuri. E poi c’è l’orgoglio della vita di presidio: l’alzabandiera (??), la sfilata, la benedizione, le scaramucce, le piccole vittorie: un cinghiale bracconato perché “faceva danni”. Un orso che “spaventava le ragazzine”, fucilato. Dei buoni motivi, allora.
E una vita tranquilla, o quasi.
Esistono frazioni montane abitabili solo grazie ad apprezzabili investimenti. Varrebbe la pena di accettare l’idea che dovrebbero essere abbandonate per consentire una vita migliore, di comodità e di relazioni sociali autentiche, o se si preferisce molto più ricche, a chi ci stava.
In conclusione, una ricetta. Migliorare le aggregazioni sociali di valle, potenziare i servizi anche per consentire il lavoro di manutenzione in quota, qualora fosse necessario, senza necessariamente doverci risiedere. E anche sostenere davvero, con forza, chi in montagna vuole rimanere, apprezzandone i disagi e aiutando l’ambiente a rimanere … selvaggio.
Lo spopolamento della montagna è stato un fenomeno positivo poiché ha consentito una rinaturazione di molti ambiti. E’ un’occasione che non va sprecata proprio per vitalizzare un turismo ispirato alla Wilderness che si basa appunto sulla cultura della selvaticità e non sulla beatificazione del ruralismo diffuso, che è il vero nemico.
Bene. Ho deviato da Spavaldo, M 13, per far conoscere il mio pensiero. Sicuramente più appenninico che svizzero.
Provvisoriamente, concludo. Spavaldo sarebbe stato accettato se ci fossero stati corsi per come comportarsi con lui? Ne dubito. Ma forse sbaglio, ne sarei contento.
Se la sua morte potesse farci ripensare lo spopolamento della montagna, allora, ne sarei felice. Sulle Alpi, in Svizzera e a casa nostra. E questa sarebbe la soluzione.
Guai a dirlo. Che fare?
Scoraggiare il recupero abitativo della montagna? Porre freno alle seconde e terze case? Certo che sperare nell’insuccesso altrui e fomentare una doverosa ritirata non è molto. Ma cosa possiamo fare per gli orsi?
E’ semplice. Meno gente in montagna. Almeno pensiamolo.
Ursus
Bellissimo. Controcorrente. Schietto. Genuino. E’ così che dovremmo fare tutti.