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Il disgelo del permafrost raddoppia l’erosione delle coste siberiane

Scritto da Leonardo Debbia il 04.11.2013

Le alte scogliere della Siberia orientale – costituite prevalentemente dal permafrost – sono sottoposte all’erosione a ritmi sempre più accelerati. Questa è la conclusione cui sono giunti gli scienziati del Centro di Helmholtz per la ricerca polare e marina dell’Alfred Wegener Institute (AWI), dopo la valutazione di dati e fotografie aeree della regione durante gli ultimi 40 anni.

Secondo i ricercatori, questa crescente erosione costiera è la conseguenza dell’aumento delle temperature estive nell’Artico, che va di pari passo con la fusione del ghiaccio marino.

Su base annua, si abbassa così la protezione delle coste, mentre le onde ne minano la resistenza.

E contemporaneamente, la superficie rocciosa comincia ad affondare.

La piccola isola di Moustakh, ad est del delta del fiume Lena, risente particolarmente di questi cambiamenti e gli esperti temono che possa addirittura scomparire del tutto, se la perdita di terra dovesse protrarsi.

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L’immagine mostra l’intensa erosione costiera sull’Isola di Moustakh. La foto in alto è stata scattata nel mese di agosto 2011 (fonte: Alfred Wegener Institute)

L’interconnessione è chiara: quanto più il permafrost della Siberia orientale si riscalda e si scioglie, tanto più rapidamente agisce l’erosione costiera.

“Per ogni grado di aumento della temperatura media estiva, l’erosione accelera di 1,2 metri all’anno”, dice Frank Gunther, geografo dell’AWI, che indaga sul disfacimento della costiera nella Siberia orientale, insieme ai colleghi tedeschi e russi, e che ha riportato i suoi studi in due articoli su altrettante riviste scientifiche.

Per questa ricerca, il team di Gunther ha visionato le foto terrestri e satellitari dal 1951 al 2012 e le misurazioni degli ultimi quattro anni, oltre all’esame di quattro sezioni costiere sul mare di Laptev e sull’isola di Moustakh.

Sono stati valutati i cambiamenti durante i mesi estivi. Mentre, durante il precedente periodo, le temperature hanno superato gli 0°C su una media di 110 giorni all’anno, per gli anni 2010 e 2011 questa media è salita a 127 giorni e nel solo 2012, a ben 134.

Si tratta di un aumento non privo di conseguenze: il ghiaccio marino, ritirandosi, non protegge più il terreno e, al tempo stesso, è in costante aumento il numero di giorni estivi in cui il Mare Laptev è libero dal ghiaccio.

 “In vent’anni, annualmente, si sono avuti meno di 80 giorni senza ghiaccio. Negli ultimi tre anni abbiamo contato una media di 96 giorni. Così, le onde erodono il permafrost delle coste per due settimane in più all’anno”, spiega Paul Overduin, ricercatore AWI.

Per la piccola isola di Moustakh, significa la fine.

“In meno di 100 anni l’isola andrà letteralmente in pezzi”, prevede Gunther. In realtà, la punta nord ha mostrato tassi di erosione tra i 10 e i 20 metri all’anno; e negli ultimi 60 anni, l’isola ha perso il 24 per cento della superficie e il 34 per cento in volume.

“Se si considera che ci sono voluti migliaia di anni per la sua formazione, la velocità della sua disintegrazione è allarmante”, avverte Overduin.

Gli studi a lungo termine mostrano, inoltre, un impatto notevole anche sul mare.

Annualmente, per ogni chilometro di costa, da 80 a 800 tonnellate di materiale ricco di carbonio – tra piante, animali e microrganismi – rimasti congelato nel permafrost, con la sua distruzione, finiscono in mare, traducendosi in un notevole apporto di carbonio organico.

Nella catena degli effetti distruttivi si raggiunge il drammatico epilogo.

 “Una volta in acqua il carbonio può trasformarsi in anidride carbonica e contribuire quindi all’acidificazione degli oceani”, concludono gli scienziati.                                           

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  • Alberto Zazza scrive:

    ogni problema territoriale comporta sfida e soluzioni. facciamo invece ricerche petrolifere oltre l’onu quali altri governi soprannazionali?